A Letterman Story

Nessuno pensava sarebbe mai successo. Ci sono alcuni show che le persone danno per scontati. Sono sempre stati li e li rimarranno fino alla fine. Ma non è così che la pensa David Letterman, presentatore e autore di uno dei late night show di più grande successo della tv USA (31 anni quest’anno, il primo episodio è andato in onda il 1 febbraio 1982). Ieri 3 aprile 2014 Dave ha infatti ufficialmente annunciato che nè lui nè il suo fido compagno Paul Schaffer saranno più in onda a partire dal prossimo 2015.

Quale giorno migliore per fare un salto indietro e andarsi a spulciare la rete in cerca delle origini di uno degli showman più apprezzati dalla tv USA? Non vi preoccupate. I got you covered come dicono gli americani.

Della sua vita vi basti sapere che è nato a Indianapolis 67 anni fa, figlio di un fioraio di origini inglesi e una segretaria di discendenza teutonica. Dave non è mai stato uno studente provetto (si è definito a C-Student), dopo aver provato a entrare all’Indiana University, si è accontentato della più abbordabile (per i suoi voti) Ball State University dove si laurea nel dipartimento di Radio e Televisione. Il Vietnam lo sfiora soltanto (la chiamata veniva stabilita da una lotteria). La sua prima esperienza televisiva è con la radio della sua università la WBST dalla quale però viene cacciato dopo aver trattato la musica classica con troppa irriverenza.

La prima esperienza nel piccolo schermo è con la WNTS dove lavora come anchor-man e soprattutto come uomo delle previsioni del tempo, naturalmente a modo suo. La sua performance metereologica ottiene subito attenzione soprattutto quando in diretta si congratula con una tempesta tropicale per essersi trasformata in un tornado.

Dave Weatherman

Ma il destino di Dave è altrove, così, sotto consiglio di sua moglie Michelle e alcuni suoi ex colleghi della confraternita Sigma Chi, nel 1975 si sposta a Los Angeles, dove comincia a esibirsi come Stand-Up comedian e soprattutto a scrivere per Jimmy Walker insieme a una schiera di altri giovani autori tra cui Jay Leno e Steve Oederkerk

Siamo nell’estate del 1977 e Letterman è oramai un habituè tra gli autori dello Starland Vocal Band Show sulla CBS. Nello stesso anno registra anche un pilota un game show dal titolo The Riddlers che però non verrà mai prodotto. Oramai Dave è lanciato nel mondo dello showbusiness e ottiene partecipazioni in vari show tra cui Peeping Times, The 20’000$ Pyramid, The Mike Douglas Show. Per il cinema viene addirittura preso in considerazione per il ruolo di protagonista del film Airplane! (L’aereo più pazzo del mondo) e in tv compare come guest nella serie di successo Mork e Mindy, con protagonista un giovanissimo Robin Williams.

Per Dave è giunto il momento del grande salto e l’occasione gli arriva nel 1980 quando la NBC gli affida un Morning Show tutto suo. Il David Letterman Show (all’inizio di 90 minuti, poi ridotti a 60) va in onda nell’agosto del 1980 e ha un ottimo successo portandogli addirittura 2 Emmy Award. Malgrado i premi il programma viene chiuso in ottobre a causa dei bassi ascolti. Dave non si lascia perdere d’animo e neanche 2 anni dopo ha di nuovo l’occasione di far vedere a tutti il proprio talento. Era il 1 febbraio 1982 e Dave si preparava ad andare in onda con quello che diventerà il suo show di maggior successo. Per quella prima puntata ospite speciale è Bill Murray, che da quel momento non si separerà più dallo show tornando svariate volte in alcune puntate davvero memorabili. Il resto è storia.

The Walking Dead: autopsia di un successo

Se guardiamo alla storia recente della tv sembra che l’horror sia stato il vero nuovo genere balzato in testa alle classifiche di gradimento televisive. Nei primi 10 posti della classifica stilata da IMDB la serie più longeva è del 2005 (Supernatural) mentre per trovare qualcosa di più vecchio bisogna scendere al 22esimo posto dove troviamo la serie cult The Twilight Zone (1959). In testa a questa classifica si staglia The Walking Dead la serie AMC che ha letteralmente zombificato il pubblico di tutto il mondo. Da genere di serie b (di cui Romero rimane il padre putativo) la zombie-serie è diventata un prodotto sofisticato che ha nello splatter solo uno degli elementi caratterizzanti. The Walking Dead è una serie sulle persone, e sulle decisioni che devono prendere in una situazione limite come il mondo post apocalittico raccontato da Robert Kirkman. Se fino ad oggi il film zombie era incentrato sulla violenza delle immagini a discapito di una storia pressochè assente, la serie aggiunge un nuovo elemento: la psicologia dei personaggi. Non più caratteri piatti e stereotipati ma persone vere immerse in una realtà agghiacciante che li costringerà a prendere decisioni terribili, degne del peggiore degli incubi.

E’ questa la chiave del successo di The Walking Dead, è questo il motivo percui milioni di persone ogni settimana seguono le avventure di Rick e i suoi compagni. Ma c’è un altro elemento da tenere in considerazione. Chi conosce la serie sa che è stata adattata dall’omonimo fumetto scritto sempre da Robert Kirkman. La serie cartacea è caratterizzata da un taglio fortemente cinematografico che va oltre la semplice successione di quadri. Le immagini (firmate all’inizio da Tony Moore e dal numero 7 in poi da Charlie Adlard) ci restituiscono una regia molto raffinata che guida il lettore nelle orrorifiche lande della Georgia. Dal punto di vista del testo il fumetto è caratterizzato da dialoghi molto fitti in cui Kirkman riflette su come cambiando il punto di vista, cambiano di conseguenza i valori fino a quel punto utilizzati dall’uomo. I colpi allo stomaco del lettore arrivano numerosi lungo tutti i 124 numeri che compongono l’opera (ancora aperta) con scene in cui Kirkman ci spinge oltre i confini di quello che è giusto e sbagliato. E’ qui che la serie ha maggiormente rispettato la sua controparte cartacea, ed è qui che ha vinto. Nella crudezza, nell’impossibilità di trovare riposo, nel mettere lo spettatore davanti a situazioni che forse qualcun’altro (ad esempio un media mainstream, un canale nazionale) avrebbe celato agli occhi del pubblico televisivo. The Walking Dead di AMC non risparmia nulla. Lo splatter (del premio Oscar Greg Nicotero, che non a caso a iniziato la carriera proprio con Romero nel 1985) è senza censure, ma non è mai all’altezza dell’orrore delle decisioni che i personaggi sono costretti a prendere, (SPOILER ALERT) come togliere la vita a una ragazzina inadatta a sopravvivere in quel mondo raccontato da Kirkman, perchè incapace di comprendere come gli zombie siano una minaccia per la sua vita e quella degli altri.

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Ora che la serie arriva alla quinta stagione c’è da chiedersi come Kirkman saprà gestire il fiato sul collo della sua creatura televisiva oramai molto vicina nella trama agli eventi raccontati nel fumetto. Il suo collega George R. R. Martin, autore dei libri da cui è tratta la serie di successo Games of Thrones, ha già detto di riuscire, con qualche dilatazione temporale, ad avere un paio di anni di vantaggio sulla produzione televisiva. Il rischio è quello di vedere il proprio lavoro superato dalla tv con conseguenze non sempre felici (ma c’è anche l’eccezione di Dexter che dalla seconda stagione è uscita dai binari del romanzo per prendere una propria strada prettamente televisiva, con un ottimo successo di pubblico e critica). Ad oggi una mossa molto intelligente di Kirkman è stata quella di proporre allo spettatore un adattamento fedele ma volutamente differente in alcuni elementi (spostando traumi e decisioni da un personaggio all’altro, anticipando la morte di altri, o inventando alcuni caratteri di sana pianta) dando in questo modo la possibilità anche al pubblico che ha già letto il fumetto di godersi la serie tv (molti spoiler del fumetto sono però inevitabili). L’appuntamento è a ottobre sempre su AMC con la quinta stagione di Walking Dead.

La tv che prende in giro se stessa

Hollywood, a place where dreams come true unless you imagine something bored and original

E’ così che inizia quella che sicuramente sarà ricordata come la serie “più pazza del mondo” di questa stagione televisiva. Il “più pazza” non è stato usato a caso. Dietro al progetto siede infatti uno dei re del cinema demenziale made in USA: Will Ferrell.

The Spoils of Babylon è uno “spoof” ovvero una “presa in giro” delle grandi serie evento che tanto andavano di moda sul piccolo schermo americano tra gli anni ’70 e ’80. Tra queste possiamo ricordare la serie Roots basata sul romanzo di Alex Haley Roots: The Saga of an American Family che nel 1977 diventò il terzo programma più visto di tutti i tempi. Altro esempio calzante è The Thorne Birds (1983) che forse ricorderete con il titolo italiano “Uccelli di rovo”.

La serie è presentata da Will Ferrell, nei panni di Eric Jonrosh autore del romanzo da cui è tratta la serie. La sua fisicità e la propensione all’alcol ricordano molto Orson Welles in tarda età e forse un pizzico di Ernest Hemingway. Ma la presenza di Eric non si limita solo alla scrittura, come dice chiaramente il lungo sottopancia sullo schermo, Jorosh è anche “Producer, Actor, Writer, Director, Raconteur, Bon Vivant, Legend, Fabulist” della serie. Volendo a tutti i costi mettere in scena il suo “capolavoro” Jonrosh ha deciso di fare tutto da solo. Niente effetti speciali, niente costosi riproduzioni in studio. Jorosh decide di produrre la sua mini serie “in the old fashion way” sicuro che la forza evocativa del suo racconto possa bastare allo spettatore. The spoils of Babylon utilizza tutti gli escamotage produttivi che il cinema del passato ha trovato per ovviare ai propri limiti tecnici: modellini per le esplosioni, fili trasparenti per far “volare” gli aerei, retroproiezioni per le scene in auto etc. Visivamente ci troviamo di fronte a un collage degno del migliore Ed Wood.

Ad aiutare Will Ferrell in questa demenziale impresa ci sono molti volti conosciuti di Hollywood. Tra questi: Tim Robbins, Tobey Maguire, Kristen Wiig, Jessica Alba, Val Kilmer, Michael Sheen e Carey Mulligan. Si non avete letto male, Tim Robbins è l’attore premio Oscar per Mystic River, Tobey Maguire è proprio quel Maguire visto in Spiderman di Sam Raimi, e si, Val Kilmer e Michael Sheen sono proprio i protagonisti rispettivamente di Top Secret (ehm, ok forse ha fatto anche qualche altro film..) e The Masters of Sex (nuova serie Showtime che vi consiglio di tenere d’occhio, no, non è una roba porno). A parte Kristen Wiig da tempo avvezza alla demenzialità (storici i suoi personaggi del SNL) il resto del cast se la cava molto bene nel dare il “peggio” di se deformando e estremizzando gli stilemi classici del melodramma americano.

Dunque? Funziona? E’ divertente? La risposta è si, la serie funziona, la realizzazione è impeccabile. Sembra di trovarsi davanti a uno strano incrocio tra Ed Wood, Gondry (se fosse nato negli Stati Uniti) e la buona vecchia ironia di Zucker e Abrahms (responsabili di capolavori del cinema demenziale come L’aereo più pazzo del mondo e La pallottola spuntata). L’unica pecca, ma direi più, limite, è quello culturale. La serie ha un approccio filologico nella sua comicità. I riferimenti alla televisione USA sono moltissimi e uno spettatore medio europeo potrebbe non cogliere tutte le finezze che Matt Piedmont (writer vincitore di un Emmy Award per il Saturday Night Live) ha voluto inserire nella sua follia vintage.