L’intricato ingranaggio della politica attraverso gli occhi della TV.

Ci siamo, il 27 febbraio riparte House of Cards arrivato alla sua terza stagione, come al solito disponibile interamente nel giorno di lancio su Netflix. Per ingannare l’attesa ho deciso di fare un salto indietro nel tempo per cercare di capire come è cambiata la rappresentazione del Potere nel piccolo schermo.

La commedia, forse per una sorta di paura reverenziale, è stato il genere preferito nei primi esperimenti. Yes Minister è una sitcom inglese andata in onda tra il 1980 e il 1988. Ambientata principalmente nell’ufficio privato del Ministro dell’immaginario Dipartimento degli Affari Amministrativi, la serie prende in giro il sistema politico inglese evitando però ogni riferimento diretto (i termini “Labour” e “Conservative” non sono mai utilizzati) ma preferendo una più sicura satira bipartisan della politica britannica.

Di tutt’altra pasta è la serie americana del 1985 Hail to The Chief, fermatasi dopo appena 7 episodi, nella quale il premio Oscar Patty Duke veste i panni del primo presidente donna degli Stati Uniti alle prese con il doppio ruolo di personaggio pubblico e madre di famiglia. L’approccio è molto soft e l’elemento politico diventa solo una scusa per mettere in scena una sitcom a tema familiare. Nel 1996 Bill Lawrence (poi creatore di Scrubs) decide di alzare l’asticella questa volta concentrando la sua attenzione su un immaginario Governatore dello stato di New York. Star dello show è Michael J. Fox (Mike Flaherty) nel ruolo di vice sindaco e abile spin doctor. Da una lato spietato e senza scrupoli nel manipolare l’opinione pubblica Mike si dimostra invece fragile e imbranato nella vita privata. Spin City ha avuto un grande successo di pubblico e critica vincendo 8 Emmy Award e 10 Golden Globe. Dopo 4 stagioni la serie ha però visto crollare gli ascolti quando Michael J. Fox, resa pubblica la sua malattia, ha deciso di abbandonare le scene.

Il primo prodotto “serio” sulla politica americana è forse K-Street del 2003. Creata da Steven Soderbergh e prodotta da HBO la serie racconta l’intricato rapporto tra lobbisti e politici. Il format è molto interessante: a metà tra factual e mockumentary mette in scena settimanalmente i fatti più importanti dell’attualità politica. Per fare questo i protagonisti James Carville e Mary Matalin, due consulenti bipartisan nei panni di loro stessi, sono costretti a fare largo uso di improvvisazione, supportati da altri 3 personaggi (questa volta attori professionisti). Nella serie si alternano cameo di politici e lobbisti, a volte a conoscenza della messa in scena, altre ignari, in situazioni al limite della candid camera. L’ambizioso progetto ha avuto un discreto successo nella zona di Washington ma il suo target estremamente di nicchia ha fatto si che la HBO chiudesse il progetto dopo solo 10 episodi.

L’approccio cinema veritè con uno stile visivo documentaristico, dove la macchina da presa non è occhio nascosto ma fisicamente presente nella messa in scena, viene utilizzato in altre due comedy series, entrambe scritte dall’autore inglese Armando Iannucci: The Thick of It e Veep. La prima, descritta come una Yes Minister del ventunesimo secolo, ci porta nei meandri del governo inglese descrivendo i conflitti tra politici, spin doctors, advisor e media. Il successo della serie ha portato l’autore a scrivere Veep che trasferisce lo stile tagliente della sua creatura inglese nel mercato americano (HBO), spostando l’attenzione su Selina Mayer, vice presidente degli Stati Uniti.

Ma le due serie che più hanno cambiato il panorama televisivo, di fatto aprendo le porte al successo di House of Cards sono Boss, prodotta da Starz e interpretata da Kelsey Grammer e The West Wing, scritta da Aaron Sorkin. In Boss il protagonista è Tom Kane (impossibile non pensare al Kane interpretato da Orson Welles), il sindaco di Chicago, che decide di continuare il suo impegno politico malgrado gli venga riscontrata una grave malattia degenerativa simile all’Alzheimer. La politica è un gioco sporco e “Boss” non ha paura di sporcarsi le mani. La cura con cui descrive il meccanismo della macchina istituzionale è perfetto. Nessun giudizio, nessuna retorica. Come durante un’autopsia ogni elemento viene estratto e mostrato al pubblico. Meno crudo è The West Wing che racconta le vicende di un presidente democratico, interpretato da Martin Sheen. La serie, spesso elogiata per la scrittura sopraffina, di cui Sorkin è maestro, è stata invece criticata per il suo approccio troppo ottimistico e le molte concessioni all’intreccio amoroso, che di fatto spostano il focus del racconto più sul lato umano che su quello politico.

Forse la democrazia è sopravvalutata, come dichiara cinicamente Kevin Spacey/Frank Underwood in House of Cards, di certo così non la pensa la televisione, che negli anni ha saputo, a volte con la satira, altre con il dramma, mettere in scena gli intricati ingranaggi della macchina politica.

A Letterman Story

Nessuno pensava sarebbe mai successo. Ci sono alcuni show che le persone danno per scontati. Sono sempre stati li e li rimarranno fino alla fine. Ma non è così che la pensa David Letterman, presentatore e autore di uno dei late night show di più grande successo della tv USA (31 anni quest’anno, il primo episodio è andato in onda il 1 febbraio 1982). Ieri 3 aprile 2014 Dave ha infatti ufficialmente annunciato che nè lui nè il suo fido compagno Paul Schaffer saranno più in onda a partire dal prossimo 2015.

Quale giorno migliore per fare un salto indietro e andarsi a spulciare la rete in cerca delle origini di uno degli showman più apprezzati dalla tv USA? Non vi preoccupate. I got you covered come dicono gli americani.

Della sua vita vi basti sapere che è nato a Indianapolis 67 anni fa, figlio di un fioraio di origini inglesi e una segretaria di discendenza teutonica. Dave non è mai stato uno studente provetto (si è definito a C-Student), dopo aver provato a entrare all’Indiana University, si è accontentato della più abbordabile (per i suoi voti) Ball State University dove si laurea nel dipartimento di Radio e Televisione. Il Vietnam lo sfiora soltanto (la chiamata veniva stabilita da una lotteria). La sua prima esperienza televisiva è con la radio della sua università la WBST dalla quale però viene cacciato dopo aver trattato la musica classica con troppa irriverenza.

La prima esperienza nel piccolo schermo è con la WNTS dove lavora come anchor-man e soprattutto come uomo delle previsioni del tempo, naturalmente a modo suo. La sua performance metereologica ottiene subito attenzione soprattutto quando in diretta si congratula con una tempesta tropicale per essersi trasformata in un tornado.

Dave Weatherman

Ma il destino di Dave è altrove, così, sotto consiglio di sua moglie Michelle e alcuni suoi ex colleghi della confraternita Sigma Chi, nel 1975 si sposta a Los Angeles, dove comincia a esibirsi come Stand-Up comedian e soprattutto a scrivere per Jimmy Walker insieme a una schiera di altri giovani autori tra cui Jay Leno e Steve Oederkerk

Siamo nell’estate del 1977 e Letterman è oramai un habituè tra gli autori dello Starland Vocal Band Show sulla CBS. Nello stesso anno registra anche un pilota un game show dal titolo The Riddlers che però non verrà mai prodotto. Oramai Dave è lanciato nel mondo dello showbusiness e ottiene partecipazioni in vari show tra cui Peeping Times, The 20’000$ Pyramid, The Mike Douglas Show. Per il cinema viene addirittura preso in considerazione per il ruolo di protagonista del film Airplane! (L’aereo più pazzo del mondo) e in tv compare come guest nella serie di successo Mork e Mindy, con protagonista un giovanissimo Robin Williams.

Per Dave è giunto il momento del grande salto e l’occasione gli arriva nel 1980 quando la NBC gli affida un Morning Show tutto suo. Il David Letterman Show (all’inizio di 90 minuti, poi ridotti a 60) va in onda nell’agosto del 1980 e ha un ottimo successo portandogli addirittura 2 Emmy Award. Malgrado i premi il programma viene chiuso in ottobre a causa dei bassi ascolti. Dave non si lascia perdere d’animo e neanche 2 anni dopo ha di nuovo l’occasione di far vedere a tutti il proprio talento. Era il 1 febbraio 1982 e Dave si preparava ad andare in onda con quello che diventerà il suo show di maggior successo. Per quella prima puntata ospite speciale è Bill Murray, che da quel momento non si separerà più dallo show tornando svariate volte in alcune puntate davvero memorabili. Il resto è storia.

La tv che prende in giro se stessa

Hollywood, a place where dreams come true unless you imagine something bored and original

E’ così che inizia quella che sicuramente sarà ricordata come la serie “più pazza del mondo” di questa stagione televisiva. Il “più pazza” non è stato usato a caso. Dietro al progetto siede infatti uno dei re del cinema demenziale made in USA: Will Ferrell.

The Spoils of Babylon è uno “spoof” ovvero una “presa in giro” delle grandi serie evento che tanto andavano di moda sul piccolo schermo americano tra gli anni ’70 e ’80. Tra queste possiamo ricordare la serie Roots basata sul romanzo di Alex Haley Roots: The Saga of an American Family che nel 1977 diventò il terzo programma più visto di tutti i tempi. Altro esempio calzante è The Thorne Birds (1983) che forse ricorderete con il titolo italiano “Uccelli di rovo”.

La serie è presentata da Will Ferrell, nei panni di Eric Jonrosh autore del romanzo da cui è tratta la serie. La sua fisicità e la propensione all’alcol ricordano molto Orson Welles in tarda età e forse un pizzico di Ernest Hemingway. Ma la presenza di Eric non si limita solo alla scrittura, come dice chiaramente il lungo sottopancia sullo schermo, Jorosh è anche “Producer, Actor, Writer, Director, Raconteur, Bon Vivant, Legend, Fabulist” della serie. Volendo a tutti i costi mettere in scena il suo “capolavoro” Jonrosh ha deciso di fare tutto da solo. Niente effetti speciali, niente costosi riproduzioni in studio. Jorosh decide di produrre la sua mini serie “in the old fashion way” sicuro che la forza evocativa del suo racconto possa bastare allo spettatore. The spoils of Babylon utilizza tutti gli escamotage produttivi che il cinema del passato ha trovato per ovviare ai propri limiti tecnici: modellini per le esplosioni, fili trasparenti per far “volare” gli aerei, retroproiezioni per le scene in auto etc. Visivamente ci troviamo di fronte a un collage degno del migliore Ed Wood.

Ad aiutare Will Ferrell in questa demenziale impresa ci sono molti volti conosciuti di Hollywood. Tra questi: Tim Robbins, Tobey Maguire, Kristen Wiig, Jessica Alba, Val Kilmer, Michael Sheen e Carey Mulligan. Si non avete letto male, Tim Robbins è l’attore premio Oscar per Mystic River, Tobey Maguire è proprio quel Maguire visto in Spiderman di Sam Raimi, e si, Val Kilmer e Michael Sheen sono proprio i protagonisti rispettivamente di Top Secret (ehm, ok forse ha fatto anche qualche altro film..) e The Masters of Sex (nuova serie Showtime che vi consiglio di tenere d’occhio, no, non è una roba porno). A parte Kristen Wiig da tempo avvezza alla demenzialità (storici i suoi personaggi del SNL) il resto del cast se la cava molto bene nel dare il “peggio” di se deformando e estremizzando gli stilemi classici del melodramma americano.

Dunque? Funziona? E’ divertente? La risposta è si, la serie funziona, la realizzazione è impeccabile. Sembra di trovarsi davanti a uno strano incrocio tra Ed Wood, Gondry (se fosse nato negli Stati Uniti) e la buona vecchia ironia di Zucker e Abrahms (responsabili di capolavori del cinema demenziale come L’aereo più pazzo del mondo e La pallottola spuntata). L’unica pecca, ma direi più, limite, è quello culturale. La serie ha un approccio filologico nella sua comicità. I riferimenti alla televisione USA sono moltissimi e uno spettatore medio europeo potrebbe non cogliere tutte le finezze che Matt Piedmont (writer vincitore di un Emmy Award per il Saturday Night Live) ha voluto inserire nella sua follia vintage.

L’esercito di gomma

La televisione, il cinema, la finzione in genere sono sempre state armi molto potenti per il mantenimento del potere. Hitler lo sapeva bene, per questo investì ingenti cifre in produzioni cinematografiche per rendere più forte la sua influenza. Nell’ultimo “Argo” Ben Affleck mette in scena una finta produzione di un film per salvare un gruppo di americani rimasti intrappolati in Iran. Ma la storia che vi sto per raccontare va ben oltre quella del film premio Oscar, infatti nessuno aveva mai pensato di usare il cinema per combattere, fisicamente, una guerra. Scettici? Andiamo con ordine. Siamo nel mezzo della Seconda Guerra Mondiale. Gli Stati Uniti sono ufficialmente entrati in guerra al fianco degli Alleati. La guerra è a un bivio. La Germania divisa su due fronti non cede. Nel gennaio del 1944 un manipolo di artisti, illustratori, personaggi della radio e tecnici del suono vengono presi dalle migliori scuole d’arte di New York e Philadelphia e trasportati al fronte. Destino comune avevano avuto molti altri giovani all’epoca, ma a nessuno, prima di loro, fu chiesto di fare esattamente quello percui avevano studiato: produrre opere di finzione. La missione era semplice quanto folle: mettere in atto false operazioni militari per ingannare il nemico con carri armati gonfiabili, enormi amplificatori per simulare esplosioni e registrazione di finte trasmissioni radio per sviare le truppe tedesche. Ancora increduli? Non siete gli unici. Identica reazione ha avuto il regista Rick Beyer quando è incappato nella storia: “All’inizio ho pensato, d’accordo forse non ho capito bene, o forse è stato solo un evento isolato”. Niente affatto. Nel corso della guerra sono state oltre 20 le operazioni di finzione messe in atto e si stima abbiano salvato 15’000/30’000 vite umane. La loro missione era Top Secret, nessuno ne era al corrente, neanche gli altri militari impiegati al fronte.

Rimasta segreta per oltre 40 anni, la storia è stata pubblicata la prima volta nel’aprile del 1985 sullo Smithonian Magazine, quando l’illustratore Shilstone rivelò per la prima volta il suo ruolo nella guerra. Oggi Shilstone insieme agli alti 18 membri del 23esimo battaglione è protagonista del documetario “The Ghost Army” prodotto dalla PBS.

“E’ un’esempio incredibile di quanto ancora ci sia da raccontare, a 70 anni dalla fine della guerra” racconta il regista del documentario Beyer. “Il team era in grado di produrre un falso arrivo di truppe la sera in un luogo e riandare in scena dopo sole 24 ore in un’altra location”. Tra le tante azioni portate a termine la più famosa rimane quella sulle rive del Reno quando 1’100 uomini simularono l’arrivo di un’armata di oltre 30’000 soldati. La messa in scena fu così convincente che alcuni piloti cercarono di atterrare nella zona circostante.

Ghost Army

Dovendo mantenere la completa segretezza su tutta l’operazione, i soldati dell’unità fingevano continuamente di appartenere ad altri reggimenti, marchiando i loro carri armati (i pochi veri che avevano) con falsi segni di riconoscimento.

La “Ghost Army” tornò in America nel luglio 1945 per prendere parte all’invasione del Giappone. Ma le bombe di Hiroshima e Nagasaki misero definitivamente fine al conflitto. L’unità venne sciolta il 15 settembre 1945.

Il documentario “Ghost Army” frutto del lavoro di oltre 8 anni di ricerche è andato in onda il 21 Maggio sulla PBS.