Edge of Tomorrow – Il giorno più lungo

Sono sempre stato attratto dai viaggi nel tempo. Da quando nel buio di una sala cinematografica ho visto un vecchio dai capelli bianchi urlare “Grande Giove” la mia vita è cambiata. Non esiste nulla di più affascinante dello spazio-tempo. Bene ora che ho perso il 50 percento dei lettori con la frase precedente, posso procedere con l’articolo. Il tempo non esiste, questo è quello di cui mi sono convinto con, scusate il gioco, il tempo. Non è altro che un’unità di misura, una goccia che batte, un ticchettio, un pendolo, insomma, esiste solo perché ne abbiamo bisogno noi umani. L’unica cosa che possiamo vedere è lo spazio e il suo piegarsi può, in qualche caso, portarci in luoghi (tempi) diversi. Ma come si viaggia nel tempo? Con una macchina come ci ha insegnato il buon Zemeckis (“Hai costruito una macchina del tempo con una Delorean!”) o più semplicemente con la sola forza della mente. Se ci pensate, basta concentrarsi su un determinato evento per tornare anche solo per un secondo a rivivere le sensazioni ad esso legate. Lo sa bene JJ Abrams che ha costruito un’intera serie sulle infinite possibilità dei viaggi temporali e le sue derive quantistiche (vedi realtà parallele). Ultimo in ordine di tempo (come possiamo evitarlo?) è Edge of Tomorrow di Doug Liman (regista di The Bourne Identity) nelle sale italiane da oggi, 29 maggio.

La terra è da anni impegnata in una sanguinosa battaglia con delle forze aliene chiamate Mimics. Niente ci è spiegato riguardo a loro se non che sono brutti, veloci e tremendamente letali. Gli uomini dalla loro sono riusciti ad arginare l’invasione costruendo degli esoscheletri speciali in grado di rendere i soldati più rapidi e potenti. Cage, ex pubblicitario, non proprio un cuor di leone, è il portavoce dell’esercito. Quando gli viene chiesto di andare al fronte per seguire le operazioni Cage tira fuori tutta la sua codardia e cerca di trovare un accordo con il capo maggiore. Il ricatto non funziona e Cage viene spedito al fronte come disertore e inserito nella squadra J, la peggiore dell’esercito. Sperduto e inadatto alla vita militare Cage si trova catapultato nel mezzo della battaglia senza alcuna preparazione (il fronte è quello francese del “giorno più lungo”, lo sbarco in Normandia datato 6 giugno 1944). Intorno a lui l’esercito viene spazzato via dai Mimic che a quanto pare sapevano dell’attacco. Poco prima di essere massacrato da un alieno Cage riesce ad attivare una mina anti-uomo. Nell’esplosione muore anche il Mimic. Esalato l’ultimo respiro Cage si risveglia esattamente all’inizio della sua avventura.

Edge of Tomorrow utilizza lo schema del loop temporale già visto in molte altre pellicole, tra cui è impossibile non citare “Ricomincio da Capo” con Bill Murray (e prima del film, il libro “Replay” di Ken Grimwood). Come il protagonista di The Groundhog Day Cage è condannato a rivivere sempre lo stesso giorno. Da buon eroe Vogleriano (se non conoscete “Il viaggio dell’eroe” ve lo consiglio per avere spoiler su qualsiasi film Made in USA) Cage rifiuta l’avventura, ma costretto a riviverla perennemente decide che l’unico modo per redimersi è diventare un eroe e salvare il mondo. Il meccanismo della ripetizione, molto rischioso, è gestito alla perfezione da Liman che costruisce uno specchio multisfaccettato in cui ogni volta ci viene mostrato un pezzetto di quella fatidica giornata vissuta a ripetizione dal povero Cage. Il film ha un ritmo altissimo dove si alternano azione ai massimi livelli e momenti davvero esilaranti (la forza di Cage/Cruise sta nel non prendersi troppo sul serio). La ripetizione si presta all’effetto comico soprattutto nei maldestri tentativi di Cage di cambiare il suo futuro (a volte mi hanno ricordato i miei infiniti tentativi a Super Mario Bros). A fianco di Cage c’è la bella Emily Blunt (Rita Vratasky), una sorta di Giovanna D’Arco del futuro, armata di fucile e un enorme spada in stile Manga. Non vi preoccupate, la parte romantica c’è e si vede, ma non è così preponderante come altre pellicole ad alto budget (vedi i momenti “moccia” di The Amazing Spiderman 2). Il resto del comparto tecnico è mozzafiato, i 200 milioni di budget sono stati ben spesi, a partire dalla scena iniziale in cui si vede un elicottero militare atterrare al centro di Trafalgar Square (niente CGI, è la prima volta dalla guerra che viene permessa una cosa del genere). Gli effetti sono curati da Nick Davis (Il cavaliere Oscuro) e il 3D, seguendo un trend degli ultimi tempi, è un riconvertito in post-produzione. Ne vale la pena? Diciamo che è a vostra discrezione. Di base gli occhialini 3D oltre ad essere per alcuni fastidiosi, abbassano leggermente la luminosità dello schermo. Gli effetti sono eccezionali ma raramente fanno un uso sensato delle tre dimensioni. Ironia della sorte, l’unico momento in cui si apprezza realmente il 3D è durante i titoli di coda (quelli animati, non il rolling del cast).

Il film è tratto da un romanzo giapponese di Hiroshi Sakurazaka dal titolo “All you need is kill” del 2004. Il successo del racconto (illustrato da Yoshitoshi Abe) ha fruttato, oltre all’adattamento cinematografico, una versione Manga curata da Takashi Obata e una graphic novel scritta da Nick Mamatas e illustrata da Lee Ferguson.

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Shortfilm – The Final Moments of Karl Brant

Su Youtube vengono caricati ogni giorni un numero crescente di video. Un numero così elevato da rendere impossibile matematicamente per chiunque poter anche solo dare un’occhiata a questo marasma di immagini in movimento. Quando i numeri crescono in questo modo è anche difficile solo scegliere cosa guardare. Soprattutto se si cerca qualcosa di qualità. Youtube non è più solo gattini e incidenti sullo skate da un bel po’ di tempo (anche se i giornali non sembrano pensarla così, vedi barre destre della disperazione da click) e molti sono i contenuti di alta qualità, completamente gratuiti disponibili sulla piattaforma ora proprieta di Big G. Unici requisiti per goderne, un buon feed di amici (e/o Mashable Buzzfeed Design Taxi) e la conoscenza della lingua inglese. Per quest’ultima skill esiste in realtà un sistema di voice to caption (un software in grado di tradurre l’audio in testo) che in sinergia con Google Translator può darvi “on the fly” una traduzione “decente” di quello che avviene su schermo. Ripeto “decente” non per forza corretta. Diciamo che vi da il senso generale.

Ma arriviamo al titolo del post, che sennò vi perdo. Se non vi ho già perduti. THE FINAL MOMENTS OF KARL BRANT, l’ho trovato grazie a una segnalazione di John Cabrera, attore e sceneggiatore (ma non interprete) della web serie di successo “H+” prodotta da Warner Bros e co-sceneggiata con l’italianissimo Cosimo De Tommaso (nonchè supervisionata da Brian Singer). Se non volete leggere nulla prima della visione, andate direttamente in fondo. Tornerete più tardi.

Si tratta di una Sci-fi in piena regola ambientata in un futuro che molto ricorda le atmosfere di Blade Runner (la scena dell’interrogatorio sembra una chiara citazione). Due detective sono chiamati a indagare sull’omicidio di uno scienziato. Grazie a un dispositivo, da lui inventato, in grado di proiettare la coscienza “salvata” su uno speciale hard disk, i due investigatori hanno la possibilità di interrogarlo sui suoi ultimi momenti di vita.

Il film regge perfettamente per tutti i 16 minuti che lo compongono e si distingue per un comparto tecnico di altissimo livello. Un set-design davvero incredibile (date un’occhiata alla cura nella realizzazione dei gadget tecnologici, prodotti da Gustaf Aspegren) e un cast di buona levatura (tra i quali spicca Paul Reubens, già visto in Pee-wee’s Big Adventure, Buffy The Vampire Slayer, Nightmare Before Christmas e Blow). Dietro la macchina da presa siede M.F. Wilson, regista, ma anche autore (disegnatore) della Graphic Novel pubblicata nel 2010 su Heavy Metal Magazine “Fluorescent Black”. Ad aiutarlo nell’impresa c’è il Producer/Editor/VFX Supervisor Scott M. Davids (supervisor in progetti come Battleship, The Bourne Legacy). A proposito degli effetti speciali. L’immagine olografica di Karl Brant è stata creata grazie una tecnica, sviluppata proprio da Davids e Kleinberg. L’idea è stata quella di combinare il Kinect (accessorio della X-box in grado di riconoscere in realtime il movimento del nostro corpo e trasformarlo in un controller) con una Reflex digitale. Una volta registrata l’immagine con i due dispositivi, il filmato è stato sovrapposto per creare il personaggio tridimensionale che vediamo nel corto.

Buona Visione.

JJ Abrams, lo scambista di serie stellari.

Sarò sincero come un Vulcaniano. Non posso scrivere una recensione di Star Trek. Non lo posso fare. Non me lo chiedete. Sono un fan, non avrebbe senso. Sarebbe come chiedermi di scrivere una recensione di Ritorno al futuro. Finirei per scrivere cose tipo “E’ bellissimo” per poi attaccarvi un filippica infinita su quanto volessi essere Michael J. Fox da piccolo. Già, da piccolo.

Quindi farò qualcos’altro. Vi dirò che Star Trek è esattamente quello percui è stato costruito. Una macchina per divertire e ci riesce a pieno, a mio parere. I trekker forse troveranno alcuni riferimenti poco ortodossi. Alcuni spettatori potranno lamentare un eccessivo uso del lens flare (no seriamente, JJ, abbiamo un problema, piace anche a me il lens flare, ma Star Trek sembra girato dentro una di quelle stanze fatte di specchi del Luna Park), altri diranno che ci sono paradossi temporali che difficilmente potranno trovare risposta se non con un “Grande Giove!” (lo vedete, non ce la faccio), fatto sta che Star Trek Into Darkness riesce perfettamente nel suo scopo, citando @niola


Ovvero riesce “là dove un uomo in metallo aveva già fallito prima”. Non mi è riuscita la parafrasi di Star Trek. Poco male. C’è un altra cosa di cui voglio parlare in maniera del tutto pretestuosa. JJ dirige Star Trek, e dirigerà tra poco il nuovo Star Wars (e la scena dell’inseguimento tra astronavi all’inizio del film, è per me, una prova generale). Mai tutto questo “potere” era stato riposto nelle mani di un solo uomo. Chris Taylor dalle colonne di Mashable, ricevuta la notizia ha scritto a caldo: “dal tono dei tweets che rimbalzano in rete, sarete perdonati per aver pensato che un Protestante è stato appena eletto Papa”. Già perchè le serie di Star Wars e Star Trek si conformano proprio come due Religioni. Hanno le loro regole, hanno il loro credo: Star Wars è un Science Fantasy, Star Trek è una Science Fiction. La prima è mistica, quanto è umanista la seconda. La prima è ambientata in un passato non del tutto definito (A long long time ago…), la seconda in un futuro molto lontano. Ma il destino delle due saghe si è già incrociato altre volte. A quanto pare JJ Abrams non è il primo “scambista” di serie cult. Dean Foster autore dei primi due racconti di Star Wars è stato anche responsabile del trattamento del primo Star Trek. Lo stesso George Lucas, e nel particolare la sua Industrial Lights and Magic ha avuto un ruolo centrale nel portare in tv la serie di Star Trek nel 1987. Il visual effect supervisor John Knoll è stato infatti responsabile di alcuni effetti cult di Star Trek, come l’effetto Warp Drive (velocità di curvatura) della sigla.

Lo stesso Knoll ha continuato la sua collaborazione con la serie fino al 1995 prima di tornare a collaborare con Star Wars per la Special Edition e gli episodi successivi. Addirittura in “Trek Nation”, documentario sull’impatto culturale che il lavoro di Gene Roddenberry (autore della prima serie di Star Trek) ha avuto sulle persone, interpretato da Eugene Roddenberry, Jr (il figlio), troviamo un Lucas particolarmente grato alla serie “avversaria”.

Per fortuna a mettere pace tra i due mondi ci ha pensato il vecchio George “Hulu” Takei (primo personaggio a recitare in tutte due le saghe, ha infatti prestato la voce per la serie animata The Clone Wars) che in questo video ha chiesto ai fan delle due saghe di placare i loro animi: “Quello di cui abbiamo tutti bisogno in questo momento è una “Star Peace”, se non vogliamo che la Science Fiction cada preda di un ben più temibile nemico…Twilight”. Messaggio ricevuto Hulu.

Ringrazio Chris Taylor per le info.