Locke e 5 film claustrofobici

Ivan Locke è calmo, pacato. La sua espressione non tradisce alcun emozione. Solo i suoi occhi ogni tanto si bagnano di qualche lacrima. Unica spia emotiva di un uomo che sembra aver preferito coprire con il cemento le sue emozioni, le sue paure e forse la sua intera vita. Un giorno però tutto questo cambia, radicalmente, quando Ivan Locke decide di distruggere la sua vita per renderla perfetta. Queste sono le premesse di Locke, film di Steven Knight, girato interamente all’interno di una macchina nel tragitto tra Birmingham e Londra.

Ma il cinema ha sempre cercato il limite tecnico, lo spazio ristretto, spesso più vicino al teatro che alle immagini in movimento. Ecco i 5 film claustrofobici per allietare le vostre serate estive.

Devil. Dopo il successo de Il sesto Senso il signor M. Night Shyamalan ha visto i suoi crediti con lo spettatore crollare vistosamente (vedi “E venne il giorno”). In questo caso si è limitato a scrivere il soggetto e il risultato non è niente male. Se soffrite di claustrofobia questo è il film che fa per voi, 80 minuti da passare, salvo qualche boccata d’ossigeno, dentro un ascensore. La storia è molto semplice: un gruppo di persone si trova intrappolata in un ascensore quando il diavolo in persona decide di aiutarli a fare spazio. Lontano parente di “10 piccoli indiani” di Agatha Christie, Devil è riuscito a spendere ben 10 milioni di dollari (incassandone 63).

Phone Booth. Nel 2003 Joel Schumacher, ahimè responsabile di Batman e Robin, decide di prendere il buon Colin Farrell e chiuderlo dentro una cabina telefonica per 81 minuti (gli 80 minuti sembrano il tempo massimo per la location unica). Stu (questo il nome del protagonista) un PR molto poco simpatico che ha una relazione extraconiugale con una certa Pam viene ricattato da un pazzo (ma moralista) Kiefer Sutherland che sa tutto di lui, compresa la sua posizione e che minaccia di ucciderlo se attacherà il telefono. Insomma una versione dark/action della storica pubblicità SIP con Lopez. Il soggetto era già stato proposto a Hitchcock negli anni ’60 ma il (saggio) regista inglese non era riuscito a trovare qualcosa che giustificasse la posizione del protagonista. Larry Cohen negli anni ’90 ha avuto l’idea “geniale” del cecchino con il fucile puntato. Anche qui il botteghino ha premiato l’ardita scelta (13/97 milioni di dollari il rapporto budget/incassi)

Life Boat. In questa classifica non poteva mancare il sopra citato maestro del cinema Alfred Hitchcock. La sua passione per gli spazi stretti lo ha portato in carriera a produrre ben 4 film con questo schema spaziale: Nodo alla gola, La finestra di fronte e Dial M for Murder (quest’ultimo è il suo unico film in 3D). Il quarto della lista è Life Boat (1944) tratto da una storia di John Steinbeck (anche Hemingway era stato avvicinato per la sceneggiatura). Il racconto è incentrato sulle vite di alcuni uomini e donne costretti a mettersi in salvo su una scialuppa di salvataggio a seguito di uno scontro a fuoco tra una nave e un sottomarino. Al tempo il film ha sofferto molto alcune scelte di sceneggiatura che hanno fatto storcere il naso alla critica americana e britannica che non accettava il fatto che uno dei personaggi (il tedesco) fosse esageratamente positivo (il film è del 1944, in pieno conflitto). Un giornalista del NYTimes ha scritto “con qualche taglio qua e la, i Nazisti possono fare di Life Boat un film di propaganda sulla decadenza democratica”. Il film è da ricordare anche per l’immancabile cameo del regista, in seria difficoltà vista la totale mancanza di passanti in mezzo all’oceano. La questione fu risolta con una finta pubblicità di un prodotto dimagrante dal nome “Reduco” con il buon vecchio Hitchcock in gran forma (aveva davvero perso peso in quel periodo).

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The Big Kahuna. Non certo ricordato per il suo successo al botteghino (solo 3 milioni su 7 di budget) questo film “da camera” sa il fatto suo sfoggiando un cast di tutto rispetto: Kevin Spacey, Danny De Vito e Peter Facinelli. Tratto da una piece teatrale, il film è interamente girato in una stanza d’albergo dove le storie e i racconti dei tre protagonisti (tre venditori di lubrificanti industriali) si intersecano in un’eterna attesa per incontrare un potenziale compratore (chiamato appunto “The Big Kahuna”) che potrebbe risollevare le sorti della società per cui lavorano. Il film è una sorta di aspettando Godot, quindi non aspettatevi grossi colpi di scena, l’attesa è il centro.

Buried. Ero indeciso su cosa mettere come quinto film claustrofobico. The Cube? Lebanon, interamente dentro un tank? Open Water, persi nell’oceano con squali alle calcagna? Alla fine ho optato per il più ardito degli ultimi tempi. Chiudere i propri protagonisti dentro una bara è la norma per uno come Quentin Tarantino, ma neanche lui aveva mai provato (a parte una puntata speciale di CSI, ma solo una parte è ambientata dentro) a fare un intero film “Three Feet Under”. Rodrigo Cortes ha avuto questo ardire e ha seppellito il povero Ryan Reynolds (un contractor privato in Iraq) dentro una bara di legno, legato, imbavagliato, con solo uno zippo e un telefonino (quasi scarico). Il suo rapitore (Reynolds ricorda di aver sbattuto la testa durante un attacco) vuole 1 milione di dollari per liberarlo, oppure lo lascerà marcire sotto terra. I minuti qui sono 95 e l’ispirazione, neanche a dirlo, è venuta da Alfred Hitchcock. Il film è stato girato in 17 giorni (per The Rope ce ne sono voluti 13).

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Jersey Boys, Clint si dà al Musical

Quale sarà il prossimo progetto di Clint Eastwood? Una Science Fiction? Un Western? Un Thriller? E’ questo forse il segreto per rimanere giovani, cambiare spesso. Eastwood è un regista che non si stanca mai di provare nuove cose, generi diversi, mettersi alla prova con qualcosa di mai fatto prima. Nella sua ultima pellicola Jersey Boys, dall’omonimo successo di Broadway, Clint ha scelto la commedia musicale per tornare dietro la macchina da presa. Il film ripercorre pedissequamente la struttura narrativa del musical da cui prende in prestito anche alcuni elementi di messa in scena come la rottura della quarta parete con gli attori che spesso e volentieri si trovano a dialogare direttamente con la macchina da presa.

Il film ripercorre l’incredibile carriera di Frankie Valli e dei Four Season. Un gruppo di ragazzi del New Jersey (a parte Bob Gaudio, nato nel Bronx) diventati la rock band pre-Beatles di maggior successo che la storia ricordi.

Malgrado sia un film corale, la narrazione è affidata per lo più al personaggio di Tommy De Vito (Vincent Piazza, Lucky Luciano in Boardwalk Empire) l’unico del cast a non avere un passato nel musical (gli altri tre avevano tutti preso parte alla produzione teatrale). Per l’occasione l’attore ha partecipato a un Rock Camp e ha seguito un corso di chitarra per risultare il più credibile possibile (è il chitarrista della band). Il suo è il personaggio più “stonato” della band, non tanto per le sue doti canore, quanto per il comportamento che lo avvicina più a un picciotto che a un musicista. Non a caso sarà proprio questo elemento a mettere in pericolo il successo della band.

Frankie Valli è interpretato da John Lloyd Young, pluripremiato attore e cantante, che aveva già ricoperto il ruolo di Valli nel successo teatrale. La sua voce (un falsetto incredibilmente potente) è impressionante e pressochè identica a quella del cantante di Belville. Il successo teatrale ha portato Young a cantare praticamente ovunque: Casa Bianca, Carnegie Hall, Radio City Music Hall nella sola east coast, prima di spostarsi a Los Angeles presso lo storico Hollywood Bowl. Young è stato anche la prima Guest Star ad apparire nella serie Glee (Stagione 1, episodio 3, Acafellas).

Jersey Boys è un film divertente (a tratti esilarante, ma io rido molto), con una messa in scena davvero impeccabile (gli anni ’50 sono materia loro, non c’è che dire). Il cast è stellare, e l’aggiunta di Piazza in mezzo a un ensemble di cantanti puri risulta una scelta azzeccata. L’immortale Christopher Walken fa il suo lavoro (è il Boss dalla lacrima facile Gyp De Carlo) insieme a Mike Doyle (produttore della band) e Joseph Russo nei panni di un giovanissimo Joe Pesci. A questo proposito, sono andato a cercami maggiori informazioni riguardo a questo “cameo narrativo”. E’ tutto vero, Joe Pesci è stato effettivamente presente alla formazione dei Four Seasons, di fatto rendendo possibile l’incontro con Bob Gaudio (autore dei maggiori successi). Al contrario è forse non del tutto filologico il suo atteggiamento codardo che sembra essere più che altro una trovata di finzione (ispirata ai suoi successi cinematografici) più che una reale nota biografica.

Nel finale del film (niente spoiler, un biopic non si può spoilerare) Eastwood rende omaggio alla controparte teatrale girando una scena in pieno stile musical con l’intero cast impegnato in un balletto egregiamente eseguito. Negli ultimi fotogrammi poco prima dei titoli di testa, gli attori, come a teatro, rimangono immobili in attesa dell’applauso. Con un taglio di montaggio Eastwood ci porta fuori della finzione, le luci sono ora parte integrante della scena oramai spogliata della finzione cinematografica.

Jersey Boys sarà in tutte le sale italiane a partire dal 18 giugno.

Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie (sneak preview)

Ieri Drittoeroveshow è stato invitato a una sneak-preview del nuovo capitolo de Il pianeta delle scimmie “Apes revolution – Il pianeta delle scimmie” in uscita il 30 luglio. Nello specifico sono state mostrati 18 minuti di scene inedite (alcune ancora in lavorazione) e il nuovo trailer esclusivo per l’Italia.

Sono passati quasi tre anni dall’ultimo film ispirato alla saga de Il pianeta delle scimmie. La nuova incarnazione, in pieno stile “begins”, ha scelto un approccio diverso, non rifare, ma cercare di raccontare la genesi della serie. Se il primo film ci raccontava gli ultimi momenti della terra prima che il virus (trasmesso dalle scimmie) si propagasse all’intero pianeta, nel secondo ci troviamo proiettati 10 anni avanti. I pochi umani rimasti in vita si sono uniti in comunità. Le scimmie si sono moltiplicate nelle foreste dove risiedono stabilmente.

Quello che ho potuto vedere non mi ha dato grosse indicazioni sulla possibile trama (comunque vi avrei evitato spoiler) ne sulla reale spettacolarità del film (anche se si intravedono spunti per una guerra totale tra uomini e scimmie). La cosa che mi ha colpito maggiormente è la fedeltà del movimento delle scimmie, nel particolare è stato interessante vedere le scene ancora in fase di lavorazione per apprezzare il lavoro degli attori (che poi spariranno completamente dietro la CGI).

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Il protagonista Ceasar è interpretato dal mago della recitazione in motion capture Andy Serkis (vi ricordate Gollum?) che in questo capitolo è letteralmente diventato una scimmia, non solo fornendo la sua voce, ma soprattutto il suo corpo. Se prima il movimento era l’unico capture utilizzabile (ad esempio per Gollum) ora gli attori, grazie ai nuovi sensori (prodotti dalla WETA di Peter Jackson) possono muoversi liberamente ed esprimersi anche con il proprio viso (prima veniva fatto in post con un sistema di key-frame).

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Dalle poche scene che ho potuto vedere si capisce che le scimmie hanno una presenza molto più massiccia rispetto al precedente capitolo (non solo numericamente). La maggior parte dei dialoghi tra i primati sono a gesti (con i sottotitoli, almeno non si rischia un cattivo doppiaggio) a parte brevi sequenze in cui Ceasar (l’unico che conosce la lingua degli umani) parla direttamente con gli uomini nel suo limitato vocabolario.

Nella film figurano tra gli altri Gary Oldman, Jason Clarke e Keri Russell. L’uscita è prevista per il 30 luglio. Non ci resta che aspettare.

Edge of Tomorrow – Il giorno più lungo

Sono sempre stato attratto dai viaggi nel tempo. Da quando nel buio di una sala cinematografica ho visto un vecchio dai capelli bianchi urlare “Grande Giove” la mia vita è cambiata. Non esiste nulla di più affascinante dello spazio-tempo. Bene ora che ho perso il 50 percento dei lettori con la frase precedente, posso procedere con l’articolo. Il tempo non esiste, questo è quello di cui mi sono convinto con, scusate il gioco, il tempo. Non è altro che un’unità di misura, una goccia che batte, un ticchettio, un pendolo, insomma, esiste solo perché ne abbiamo bisogno noi umani. L’unica cosa che possiamo vedere è lo spazio e il suo piegarsi può, in qualche caso, portarci in luoghi (tempi) diversi. Ma come si viaggia nel tempo? Con una macchina come ci ha insegnato il buon Zemeckis (“Hai costruito una macchina del tempo con una Delorean!”) o più semplicemente con la sola forza della mente. Se ci pensate, basta concentrarsi su un determinato evento per tornare anche solo per un secondo a rivivere le sensazioni ad esso legate. Lo sa bene JJ Abrams che ha costruito un’intera serie sulle infinite possibilità dei viaggi temporali e le sue derive quantistiche (vedi realtà parallele). Ultimo in ordine di tempo (come possiamo evitarlo?) è Edge of Tomorrow di Doug Liman (regista di The Bourne Identity) nelle sale italiane da oggi, 29 maggio.

La terra è da anni impegnata in una sanguinosa battaglia con delle forze aliene chiamate Mimics. Niente ci è spiegato riguardo a loro se non che sono brutti, veloci e tremendamente letali. Gli uomini dalla loro sono riusciti ad arginare l’invasione costruendo degli esoscheletri speciali in grado di rendere i soldati più rapidi e potenti. Cage, ex pubblicitario, non proprio un cuor di leone, è il portavoce dell’esercito. Quando gli viene chiesto di andare al fronte per seguire le operazioni Cage tira fuori tutta la sua codardia e cerca di trovare un accordo con il capo maggiore. Il ricatto non funziona e Cage viene spedito al fronte come disertore e inserito nella squadra J, la peggiore dell’esercito. Sperduto e inadatto alla vita militare Cage si trova catapultato nel mezzo della battaglia senza alcuna preparazione (il fronte è quello francese del “giorno più lungo”, lo sbarco in Normandia datato 6 giugno 1944). Intorno a lui l’esercito viene spazzato via dai Mimic che a quanto pare sapevano dell’attacco. Poco prima di essere massacrato da un alieno Cage riesce ad attivare una mina anti-uomo. Nell’esplosione muore anche il Mimic. Esalato l’ultimo respiro Cage si risveglia esattamente all’inizio della sua avventura.

Edge of Tomorrow utilizza lo schema del loop temporale già visto in molte altre pellicole, tra cui è impossibile non citare “Ricomincio da Capo” con Bill Murray (e prima del film, il libro “Replay” di Ken Grimwood). Come il protagonista di The Groundhog Day Cage è condannato a rivivere sempre lo stesso giorno. Da buon eroe Vogleriano (se non conoscete “Il viaggio dell’eroe” ve lo consiglio per avere spoiler su qualsiasi film Made in USA) Cage rifiuta l’avventura, ma costretto a riviverla perennemente decide che l’unico modo per redimersi è diventare un eroe e salvare il mondo. Il meccanismo della ripetizione, molto rischioso, è gestito alla perfezione da Liman che costruisce uno specchio multisfaccettato in cui ogni volta ci viene mostrato un pezzetto di quella fatidica giornata vissuta a ripetizione dal povero Cage. Il film ha un ritmo altissimo dove si alternano azione ai massimi livelli e momenti davvero esilaranti (la forza di Cage/Cruise sta nel non prendersi troppo sul serio). La ripetizione si presta all’effetto comico soprattutto nei maldestri tentativi di Cage di cambiare il suo futuro (a volte mi hanno ricordato i miei infiniti tentativi a Super Mario Bros). A fianco di Cage c’è la bella Emily Blunt (Rita Vratasky), una sorta di Giovanna D’Arco del futuro, armata di fucile e un enorme spada in stile Manga. Non vi preoccupate, la parte romantica c’è e si vede, ma non è così preponderante come altre pellicole ad alto budget (vedi i momenti “moccia” di The Amazing Spiderman 2). Il resto del comparto tecnico è mozzafiato, i 200 milioni di budget sono stati ben spesi, a partire dalla scena iniziale in cui si vede un elicottero militare atterrare al centro di Trafalgar Square (niente CGI, è la prima volta dalla guerra che viene permessa una cosa del genere). Gli effetti sono curati da Nick Davis (Il cavaliere Oscuro) e il 3D, seguendo un trend degli ultimi tempi, è un riconvertito in post-produzione. Ne vale la pena? Diciamo che è a vostra discrezione. Di base gli occhialini 3D oltre ad essere per alcuni fastidiosi, abbassano leggermente la luminosità dello schermo. Gli effetti sono eccezionali ma raramente fanno un uso sensato delle tre dimensioni. Ironia della sorte, l’unico momento in cui si apprezza realmente il 3D è durante i titoli di coda (quelli animati, non il rolling del cast).

Il film è tratto da un romanzo giapponese di Hiroshi Sakurazaka dal titolo “All you need is kill” del 2004. Il successo del racconto (illustrato da Yoshitoshi Abe) ha fruttato, oltre all’adattamento cinematografico, una versione Manga curata da Takashi Obata e una graphic novel scritta da Nick Mamatas e illustrata da Lee Ferguson.

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Godzilla: bigger is better

Non si può non amare Godzilla. E’ incredibilmente grande, più grande di quanto possiate immaginare. Distrugge ogni cosa al suo passaggio, come un Dio dell’antichità vede gli uomini come piccoli insetti imprigionati nelle loro miserabili vite da mortali. Nuota a una velocità smodata e si accende di un blu elettrico poco prima di friggere il suo nemico con un poderoso fuoco purificatore. Fine prefazione del Giacomo di 8 anni.

Sono passati più di 15 anni dall’ultima incarnazione made in USA del più grande mostro nipponico. L’esperimento di Emmerich sembra completamente dimenticato. Il regista Gareth Edwards (inglese, classe 1975) rilancia il brand Godzilla nel migliore dei modi legandosi più al passato remoto delle mitiche produzioni Toho che a quello prossimo del fiasco targato Roland Emmerich. La scelta sta premiando il regista inglese, Godzilla è infatti uno dei migliori incassi del 2014 con oltre 200 milioni di incasso nella prima settimana di programmazione.

Ma quali sono i segreti di questo successo? Andiamo con ordine: Grandezza. Godzilla è enorme. Molto di più, gigantesco. Insomma è la creatura più grande che abbiate mai visto in un disaster movie. Il primo Godzilla del 1954 sembra un piccolo cucciolo indifeso rispetto alla versione 2014 (anche quello del 1998 è un gattino a confronto). “Le dimensioni contano” si leggeva sul poster del Godzilla di Emmerich, e possiamo dire che mai come nella nuova incarnazione le dimensioni contano e soprattutto sono usate con grande astuzia. Godzilla viene presentato al pubblico a piccoli pezzi. Rispettando la vecchia guardia giapponese (ma li, il problema era tecnico, Godzilla era un pupazzo) il mostro è per gran parte della pellicola una presenza (enorme) che non si riesce mai a vedere se non per pochi secondi. La poetica del fuori campo funziona e quando finalmente possiamo vedere il mastodontico essere l’effetto è moltiplicato.

Godzilla non è un dinosauro (nella versione 1998 era praticamente un T-Rex) è un mostro, antichissimo, forse più antico dei dinosauri. Non ha niente a che vedere con loro. E’ una sorta di sentinella della natura, quando l’equilibrio viene alterato, Godzilla interviene per riportare le cose a posto. E come un Dio una volta finito il suo lavoro, senza voltarsi, torna a nascondersi nelle oscurità fino al momento in cui ci sarà di nuovo bisogno di lei (per me Godzilla è femmina).

Super Eroe. Godzilla è un super eroe. Non è un mostro. Si, distrugge un mucchio di palazzi, schiaccia qualche nave, ma non lo fa con cattiveria. E’ un super eroe tremendamente grande, come Hulk, è così potente da qualche volta causare ingenti danni collaterali (se facciamo un calcolo dei danni causati dagli Avengers secondo me siamo molto vicini).

L’occhio vuole la sua parte e Edwards non vi lascerà insoddisfatti. Godzilla è visivamente impressionante. La CGI è ai massimi livelli (ho visto la versione NO 3D) e alcune scene sono da mascella spalancata per la cura e la complessità. Una nota sulla musica (di Alexander Desplat, oramai ovunque), dove il buon Ligeti a distanza di quasi 50 anni continua a lasciare il segno (inconfondibile il suo “Requiem” nella scena dei paracadutisti).

Bene, ora che ho elogiato questo film è venuto il momento di bilanciare il mio entusiasmo. A margine c’è da dire che il film ha qualche pecca. Non conosco la bio di Edwards, ma a giudicare dal numero di bambini sperduti deve aver avuto qualche trauma da distacco. Non voglio entrare nella polemica di Gabriele Muccino sul doppiaggio, ma il povero Ken Watanabe esce a pezzi da questa pellicola. Il suo accento finto giapponese (già sentito in Inception) è quanto di più imbarazzante abbiate mai sentito. Impossibile non ridere ogni volta che il volto sperduto e profondo di Watanabe viene distrutto da frasi come “Ho compurato la rinea aerea”. Senza fare spoiler, sarebbe stato bello vedere qualcosa di più dal buon Brian Cranston. Infine non manca il buon vecchio esercito americano che non perde mai occasione per prendere tutte le decisioni sbagliate lasciando agli altri il buon senso.

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