WWZ Lo splatter senza splatter

World War Z è un film strano. Alle migliaia di zombie che scorrono sullo schermo (non vorrei lanciarmi in numerologia da quattro soldi, ma direi che detiene il record) si contrappone un incredibile ZERO per quanto riguarda teste mozzate, braccia strappate, budella srotolate. Voglio dire ZERO. Non due, tre, una mezza dozzina, ma ZERO. Forse quella zeta nel titolo non sta per “Zombie” ma per “Zero”. Non c’avevo pensato. Beh, nel caso, Lindelof mi hai fregato un’altra volta con i tuoi maledetti numeri.

Ma torniamo agli spappolamenti. La prima volta che ho visto The Walking Dead mi sono detto “Che schifo..oh mio Dio…no…è fantastico”. Per la prima volta avevo davanti una serie tv horror che rispettava a pieno i canoni dello splatter. Non spappolamenti suggeriti, ma vere e proprie dilaniazioni. La serie tratta dalla graphic novel di Kirkmann ha letteralmente travolto il mondo dell’intrattenimento in maniera transmediale: serie tv (peraltro è uscita da poco In The Flesh, miniserie BBC, di cui spero di parlarvi presto) videogiochi (qui c’è da dire che Resident Evil la faceva già da padrone da qualche anno, anche se negli ultimi tempi i capitoli si sono spesso moltiplicati, senza però migliorare il prodotto) e il cinema naturalmente con l’esperimento (che ancora devo vedere) di un’ibridazione del genere zombie con Twilight, Warm Bodies.

Ma è possibile produrre uno splatter edulcorato del suo piatto forte? Ni. Non dico no, perchè World War Z intrattiene a dovere. I colpi di scena e il ritmo forsennato (a tratti) restituiscono buone dosi di adrenalina ma, ma manca il sangue. Lo so non posso farci niente. Voglio dire. Uno splatter senza sbudellamenti è come Happy Days senza Fonzie. Forse ho esagerato, ma avete capito il punto. Gli zombie divorano cervello e l’unico modo per ucciderli e spaccargli il cranio, quindi caro Marc Forster, io capisco le necessità del PG13 (introdotto, ufficiosamente, da Steven Spielberg per evitare che Gremlins e il suo Indiana Jones e il tempio maledetto si beccassero un R=Restricted) ma se Brad Pitt ha un martello conficcato nella testa di uno zombie (non credo di fare spoiler dicendovi questo), mentre un altro zombie lo sta per attaccare, tu non puoi tenermi tutto il tempo il martello tagliato in piano americano. Non ha senso e probabilmente hai dovuto sedare il montatore per evitare un dettaglio o un campo largo. Fine sfuriata studente DAMS mischiata a alterigia nei confronti dell’appiattimento dovuto al sistema di censura americano (noi non ce la passiamo meglio con Game of Thrones che va in onda su Rai 4 anche in versione tagliata).

A parte la questione sangue la sceneggiatura soffre in alcune sequenze, dove spesso le svolte del racconto sembrano un po’ forzate e poco fluide. Forse lo script paga le difficoltà di adattamento da un romanzo (di Max Brooks) scritto in forma di mockumentary, ovvero come fosse una raccolta di testimonianze di persone venute in contatto con gli zombie (il tutto a bocce ferme, alla fine della guerra).

Per quanto riguarda la cultura zombie, ci sono alcune interessanti teorie sugli zombie come ad esempio quella di paragonarli a forme di intelligenza collettiva che solitamente si possono trovare negli insetti. Questo fa si che spesso e volentieri gli zombie, soprattutto nei momenti di “rabbia incontrollata”, si trasformino quasi in un sol uomo (sempre non morto NDR), tenuto insieme dall’esclusivo intento di divorare cervello umano.

Il parco attori è di primo ordine. Oltre all’uomo che parla con i rutti nelle pubblicità di Chanel, c’è spazio anche per la glaciale Mireille Enos (già protagonista di The Killing), Matthew Fox (Lost), che passa quasi inosservato per le poche scene a sua disposizione, Pierfrancesco Favino (l’unico italiano che parla bene inglese) che fa un po’ strano ma non se la cava male. Piccole apparizioni anche per altri attori europei (probabilmente nel cast per motivi di co-produzione) Moritz Bleibtreu (La Banda Baader Meinhof) e Ruth Negga (The Samaritan, Misfits).

World War Z. Il lato oscuro della sfiga

Il 10 giugno 2023, tra dieci anni esatti da oggi, Brad Pitt racconterà la sua versione dell’apocalittica lavorazione di World War Z ad un impiegato delle Nazioni Unite.
All’uomo in ascolto, la scena ricorderà molto quella interpretata da John Belushi.

Anche la catena crescente di intoppi e pasticci che hanno funestato la vita del set, ha sfiorato la calamità.
Per questo agli occhi del suddetto impiegato, Brad Pitt apparirà quasi calvo e sovrappeso.

“Tutto ebbe inizio nel momento stesso in cui decisi di chiamare la mia casa di produzione Plan B, piano B. Praticamente come rompere uno specchio. Seguirono infatti sette anni di sfiga!” sussurrerà amaramente Brad.
“Buffo. Perchè dopo aver stracciato Leonardo DiCaprio nella corsa ai diritti del libro di Max Brooks, mi sentivo più biondo e gagliardo che mai. Se Angelina non me lo avesse impedito, quel giorno mi sarei comprato anche tutta l’isola di Malta. E, a ripensarci col senno di poi, forse avrei speso di meno.
Poi J. Michael Straczynski buttò giù uno script e qualche invidioso, dopo averlo letto, disse che era un prodotto perfetto per la stagione degli Oscar. Toccare ferro, ve lo dico per esperienza, in questi casi non serve a niente. Fu necessario riscrivere tutto.
La sfiga arrivò progressivamente. Prima uno sciame di piccole sfighette: giornate di set buttate perchè il servizio di catering aveva fatto male i conti e non poteva sfamare le comparse, o perchè qualche isolano cornuto aveva rifiutato di chiudere il proprio ristorante con vista sul set. Poi ci si misero le spese impreviste e Malta diventò Waterloo.
Quando si tirarono le somme, il conto esorbitante spinse la produzione ad augurarsi che un’apocalisse zombie vera decimasse subito la popolazione mondiale, compresi i vertici della Paramount, prima che la notizia arrivasse a Hollywood. Purtroppo la preghiera rimase inascoltata.
Ma di buono capitò che la reazione di Adam Goodman (Presidente della Paramount), in quella occasione, si rivelò di grande ispirazione per la rappresentazione dei morti viventi. Se non lo avessimo fatto incazzare come un’ape, gli zombie non spiccherebbero salti di otto metri”.

“E tutti i guai con la polizia di frontiera ungherese?” chiederà a questo punto il pallido impiegato delle Nazioni Unite.

Brad si accarezzerà il doppiomento e partirà un nuovo flashback: “Per correre ai ripari e recuperare un po’ di contanti in nero improvvissammo un traffico di armi con il protagonista dell’Educazione Siberiana, ma la polizia di Budapest ci beccò con le mani nel sacco e ritirò tutti i mitra d’assalto che avevamo occultato nel carico di pistole giocattolo utilizzate per le riprese”.

Il racconto però si interromperà bruscamente qui, perchè nella stanza dove Brad è a colloquio con l’impiegato, entrerà Damon Lindelof e dirà che questa intervista lo sta annoiando a morte. “Non succede niente. Lo script è piatto, gli spettatori pretenderanno di riavere indietro i soldi della connessione”.
Brad, in un gesto disperato, si attaccherà alla T-shirt di Star Wars di Damon: “ti prego, nerd strapagato, pensaci tu!”

Un ghigno sadico taglierà la faccia dello sceneggiatore che gli risponderà: “Brad, vecchio alcolizzato, stai tranquillo, ho la soluzione a tutti i nostri problemi. Piazzerò del fumo nero sullo sfondo (in green screen, che risparmiamo) e un orso polare in braccio a te. Vedrai che ce la caviamo con altre 7 settimane di riprese e un sacco di pubblicità negativa che attirerà il grande pubblico. Tu pensa a comprarti tutta Malta che poi ci rifugiamo lì”.