Sliding Doors – Quando facevano ridere

Nella vita di un attore c’è un momento in cui il pubblico, il successo di uno show, decide il destino di un’intera carriera. Succede così che attori dal forte potenziale drammatico si trovino intrappolati nel comico e viceversa (Leslie Nielsen prima di Police Squad era tutto tranne che un comico). A dir la verità la leggenda vuole che l’attore comico abbia una marcia in più rispetto a quello drammatico in questo gioco delle parti. Per questo capita di trovarsi sorpresi nel vedere un Jim Carrey passare da Ace Ventura a Se Mi Lasci Ti Cancello dove le sue armi mimiche vengono pressochè celate. Il motivo di tale sopresa? Forse ci aspettiamo meno dai comici? Crediamo che la risata in un certo senso sia un qualcosa di più facile da ottenere? Qual è l’arma di un comico drammatico? I comici sono abituati a dover combattere un nemico invisibile di cui nessuno conosce ancora il segreto: il riso. Trasportati su un palco drammatico e senza l’ansia delle risate, si rilassano, rilasciando una performance che nessuno si sarebbe mai aspettato. Le mie sono tutte congetture, forse anche pretenziose, perchè quest’oggi volevo parlarvi di questi comici dall’animo drammatico. Attori “schizofrenici” che hanno visto dopo anni di commedia trovare nuova vita in ruoli drammatici.

Il primo della lista è Hugh Laurie, Dott. House per gli appasionati di serie, ma ancor prima spalla comica dalle incredibili qualità in partnership con un altro grande della comicità inglese: Stephen Fry. Il loro show di maggior successo “A Bit of Fry and Laurie” riprende la struttura sketch show dei Monty Python aggiornando il comparto comico alla cultura british degli anni 80.

La trasformazione di Hugh Laurie, complice anche l’età, è incredibile. Da Mago del travestimento negli anni 80 a Medico scontroso, un po’ shakesperiano, nel serial che lo ha reso famoso negli Stati Uniti. L’accento British è completamente scomparso così come anche le sue espressioni e la sua mimica teatrale (a volte ricorda Mary Feldman). Permane però una sottile ironia, un sarcasmo che sembra riportare Laurie ai suoi fasti comici.

Continuando il nostro viaggio nei “comici drammatici” troviamo Kelsey Grammer, attore shakespeariano dal lungo curriculum teatrale che ha però trovato il successo nei panni del Dott. Crane, uno scapestrato psicologo prima apparso nella serie Cin Cin come recurrent character per poi guadagnarsi una serie tutta sua nello spin off Frasier (una delle serie più premiate della tv americana). Grammer diventa il primo attore a essere nominato agli emmy per lo stesso ruolo in tre stagioni differenti (gli emmy vinti saranno poi 5).

Passano gli anni. Kelsey continua a essere invitato come guest star in varie serie, come doppiatore presta la voce per alcuni cartoni animati e nel 2009 tenta il ritorno alla sit-com con Hank che però viene chiuso dopo soli 9 episodi. Dove sta sbagliando? Forse nel genere? Grammer non si da per vinto e l’anno successivo si lancia in un progetto molto ambizioso. Interpretare la parte di un sindaco corrotto e senza scrupoli nella serie (da lui prodotta) Boss. Dietro alla macchina da presa siede un maestro del cinema come Gus Van Sant. La scelta di utilizzare un attore da sempre visto come “comico” è all’inizio spiazzante. Dopo 10 minuti fatti di sorrisi e dialoghi poco caratterizzanti, veniamo travolti dalla furia del suo personaggio. Grammer (Tom Kane) tira fuori la sua vera anima, fino a quel momento rimasta celata dietro la maschera di uomo politico, in una scena di una violenza verbale e fisica del tutto inaspettata. Il vecchio Frasier è spazzato via in pochi secondi e Grammer non sembra mai essere stato altro che Tom Kane.

Ma chi forse ha fatto il salto più impressionante (in termini di successo) è stato Bryan Cranston. La sua è la storia più anomala tra quelle sopracitate. Una carriera schizofrenica che l’ha visto provare ogni sorta di personaggio dello scibile televisivo. Nel suo curriculum lo troviamo praticamente in ogni ambito, dal doppiaggio, dove da la voce al Gandalf di Robot Chicken, al recurrent character in serie di successo come The Louie Show (Curt Sincic), Seinfeld (Tim Whatley). In mezzo ci sono mille apparizioni come protagonista di puntata in serie come Babylon 5, Baywatch, La signora in Giallo, X-Files (6×02, segnatevi questo momento, indovinate chi ha scritto questo episodio? Vince Gilligan vi dice qualcosa?) e molte altre. Nel 2006 gli viene finalmente presentata un offerta come protagonista, o meglio come padre del protagonista, nella serie Malcolm in The Middle (2006, 151 episodi). Cranston è perfetto nel padre un po’ isterico e insicuro vittima di una moglie e di una famiglia fuori di testa. Ma il bello doveva ancora venire.

Da quel vagare senza meta in parti disparate Cranston incontra Vince Gilligan sul set di X-Files. Tra i due c’è un immediato feeling. Un feeling così forte da non lasciare dubbi a Gilligan al momento del casting di Breaking Bad. La produzione però non sembra subito capire tale decisione. Cranston era conosciuto solo per la sua performance in Malcolm che tutto aveva a che fare tranne che con una storia di malattia, droga e violenza come quella che stava per cominciare su AMC. Vengono prima avvicinati altri due attori, John Cusack e Matthew Broderick. I due però declinano l’offerta e alla fine il canale si convince proprio dopo la visione dell’episodio di X-Files che aveva permesso a Gilligam e Cranston di conoscersi. Il resto è storia.

Colpito dalla sua carriera camaleontica l’utente di youtube Zirconium Fluor ha messo insieme in unico flusso le mille apparizioni di Cranston. Il titolo è molto evocativo: A Bryan Cranston alternative TV story.

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