Siberia – Il meta-reality

L’estate è un periodo di solito poco fecondo per le serie. Certo, il caldo ci ha regalato pezzi unici come Dexter o Breaking Bad, Mad Man, l’ultimo Wilfred, ma di solito il succo della stagione televisiva viene quasi sempre preservato per l’autunno.

Spielberg ci riprova dopo il fallimento di Terra Nova e il (a mio riguardo) deludente Falling Skies (che però viene riconfermato ogni anno), con Under The Dome, tratto da un racconto di Stephen King, mentre la NBC in un periodo in cui proliferano reality di ogni sorta, finge di mandare in onda il suo reality.

L’idea è quella di spedire 16 concorrenti nelle lande desolate della Siberia. Nessuna regola. Chi riesce a resistere all’inverno avrà in premio 500 mila dollari, da spartire con gli altri “sopravvissuti”.

Presentato come un “Lost” incontra “Survivors”, la serie ha subito attirato la mia attenzione. Il metalinguaggio è oramai un formato acquisito dalla tv. Molte serie lo utilizzano anche con grande successo: The Office, Parks and Recreation, Modern Family, Life’s too Short. Il cinema di genere ne ha fatto grande utilizzo negli ultimi anni, ricordiamo REC (e i suoi sequel), Cloverfield, The Blair Witch Project (il cui successo è stato in parte dovuto all’aurea di mistero che l’avvolgeva) o il suo predecessore Cannibal Holocaust.

L’illusione, in Siberia, è totale. L’immagine è trattata per sembrare quella già vista in reality dello stesso tipo (immagini rubate, luce spesso imprecisa). Tutti i canoni televisivi sono rispettati in maniera molto minuziosa, a tal punto che durante la visione, anche se consci della finzione, è quasi impossibile distinguere il format da un qualsiasi altro programma “vero”. L’esercizio di stile è così ben realizzato che a tratti ti viene da pensare “ma perchè mi sto guardando un maledetto reality?”. In effetti non manca proprio nulla. Ci sono gli spiegoni dei reality. Ci sono i confessionali, le interviste, tutto lo fa sembrare un reality. Il gioco è, che NON è un reality.

Malgrado una eccessiva caratterizzazione dei personaggi (anche questo però un clichè dei reality perfettamente rispettato) con “lo stronzo”, “il nerd” etc. Siberia è un esperimento televisivo che merita attenzione. Un colpo di scena già nel finale della pilota rende necessaria la visione del secondo episodio. Il trucco del cliffhanger è di vecchia data, ma se ben utilizzato, come in questo caso, non guasta.

Gli ascolti non hanno premiato la serie, e forse il meccanismo 10 piccoli indiani che lo show lascia presupporre (già visto in serie come Harper’s Island) ha da una parte scoraggiato gli spettatori più esigenti, e dall’altra deluso gli appassionati del genere. In fondo i reality si guardano perchè sono veri, per quale motivo perdere tempo dietro un finto reality?

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