Quel vecchio lupo di Martin Scorsese

Due ore e cinquanta che vorresti fossero cinque. E’ questa la vera controindicazione dell’assunzione di una droga pesante chiamata The Wolf of Wall Street. Immediata assuefazione ad un cinema che ha l’effetto di una sostanza eccitante e come una dose extra di Quaalude procura nell’ordine: euforia adrenalinica, allucinazioni deliranti, biasciamenti a vanvera, semiparalisi.

Con iperattiva lucidità, Martin Scorsese riesce a sintetizzare la diabolica pozione e a mettere in scena la furia orgiastica di una scalata verticale al potere, la sete di denaro (e perciò droga e sesso che nell’universo maschile sono la sua estensione diretta), e l’inferno dei postumi di questo festino senza freni che ha condotto dritto dritto al tracollo di un sistema avventatamente fondato sul profitto immediato di un branco di lupi.

Al centro di tutto: la storia vera di Jordan Belfort, depravato fondatore di una compagnia di intermediazione finanziaria tra le più spericolate d’America, che negli anni Novanta avvelenò con la frode l’intero settore raccimolando sulla schiena di piccoli investitori 49 milioni di dollari l’anno di fatturato. “Fossero stati tre in più”, ironizza lui, “avrei raggiunto un milione a settimana”.

Un disastro. Lui però si divertì, oh se si divertì! E Scorsese ce lo racconta nei particolari, dimostrando di possedere la capacità unica di descrivere con matematica, visionaria, feroce e sardonica regia la natura corrotta dell’uomo, offrendo a settant’anni suonati una lezione cristallina di “capitalismo e sue derive”.

Accanto a lui in questa impresa che si colloca tra le migliori dell’ultimo ventennio della sua carriera, Marty ha voluto ancora una volta Leonardo diCaprio, chiamato ad impegnare ogni singolo muscolo del suo corpo al servizio di un abbraccio letale con il più abissale vuoto etico, e a dare prova di un camaleontismo che offre il suo profilo migliore sul versante tragicomico. Un esempio su tutti: la sequenza slapstick in cui striscia come un lombrico sopraffatto da una dose di troppo.

Roba che ucciderei per poter essere stata lì quando l’hanno girata. Roba che mi incateno e mi do fuoco come un bonzo davanti al Kodak Theatre se l’Academy non ricopre di premi tutti e la platea non si percuote il petto canticchiando il primordiale mantra di guerra con cui Matthew McConaughey ci ipnotizza e ci mette addosso la “scimmia” nei cinque minuti cinque in cui compare, fa il culo a tutti, e se ne va.

Il capitolo Jonah Hill neanche lo apro. Accarezzo il progetto di dedicargli un trattato a parte.

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