Quando Hollywood scopre il Crowd-Funding

Open democracy. Letteralmente democrazia aperta. Oramai non si parla d’altro. Le decisioni vanno prese dal basso a prescindere dalla loro importanza: che siano gli scontrini smarriti o il nuovo presidente della repubblica. Giusto o sbagliato che sia sembra che non si possa più decidere nulla senza passare attraverso il giudizio della rete (o Larete, se vi piace pensarla come una provincia).

Questo trend sta colpendo anche il mondo dell’intrattenimento. Un tempo uno show veniva giudicato dall’Auditel (o il Nielsen negli USA). Un manipolo di spettatori con in mano uno speciale telecomando selezionava il suo gradimento statisticamente tradotto in “ratings”. Internet ha però scalfito quel sistema (del tutto impreciso, per come la penso io, in Italia 5000 decidono per 56 milioni) restituendo in tempo reale feedback sul programma o lo show che sta in quel momento guardando. Questo ha creato degli strani scompensi. Programmi dai ratings più bassi, producevano però un buzzing (rumore nella rete) molto più alto di show con un pubblico più vasto. Forse un problema di target, e di conseguente utilizzo delle tecnologie? Fatto sta che il dubbio si era oramai insinuato nei meandri delle grosse case di produzione. Cosa fare? Ogni giorno guardare i TT di Twitter e decidere la programmazione di conseguenza? Troppo costoso. Non si può fare un palinsesto in real time. A meno che…a meno che non facciamo decidere il palinsesto direttamente agli spettatori ancor prima che abbia inizio. Mentre Netflix produceva, a scatola chiusa, 14 episodi di “The House of Cards” disponibili tutti insieme al lancio (di fatto trasformando la distribuzione della serie, non più frazionata, ma “finita” e fruibile come un libro, da leggere quando e come vuoi), Amazon (che da negozio online si sta piano piano trasformando in Major dell’intrattenimento) lancia gli “Amazon Studios” un laboratorio dove gli utenti, le case di produzione, o chiunque abbia voglia può sperimentare e lanciare le sue proposte. Il sistema è semplice. La casa di produzione propone un prodotto ad Amazon (attraverso gli Amazon Studios), Amazon lo espone nel suo sito e chiede al pubblico (gli utenti) di votare lasciando i propri feedback sul prodotto appena visto. Open democracy. La major propone e il pubblico decide il suo destino. Il mondo perfetto per ogni spettatore, il paradiso di ogni appassionato di serie, un luogo dove tutto è nelle mani dello spettatore…un luogo…dove io non voglio vivere. Frenate gli entusiasmi e ragionate con me. Siamo sicuri che una decisione dal basso in ambito culturale, sia davvero il modo migliore? Non stiamo parlando dei nostri capi, stiamo parlando del nostro intrattenimento. Esistono vari generi di intrattenimento a cui corrispondono varie tipologie di pubblico. La diversità è sempre stato il motore del cambiamento. Quando non si è d’accordo con qualcuno si trovano nuove vie, nuove idee. Quando si è tutti d’accordo ci si siede e si aspetta la fine. I produttori di oggi credono che il modo migliore per fare una serie di successo, minimazzando il rischio produttivo, sia quello di sapere prima cosa ne pensa il pubblico. Sbagliato. Niente di più sbagliato. Non si può pensare che il pubblico sia tutto preparato, cosciente del mezzo e esperto di serie (o film). Prendiamo una serie come Breaking Bad. L’autore scrive un soggetto: padre di famiglia, ha il cancro, un figlio handicappato, una moglie depressa e decide di diventare uno spacciatore. Ora. Quanti avrebbero prodotto una serie del genere? Quanti avrebbero pensato, “questa è una serie da Emmy”. Nessuno probabilmente, o meglio alcuni, pochi. Non abbastanza da giustificarne la produzione se il suo destino fosse stato legato a un numero di LIKE o un mucchio di recensioni positive. Credo che le produzioni dal basso siano un ottimo strumento, uno strumento che dovrebbe però rimanere nelle mani degli emergenti, quelli che vogliono sperimentare, raccontare ed esprimersi in modo diverso dal mercato corrente. Se sono le stesse major a produrre dal basso, la macchina rischia di rompersi, o peggio di livellarsi verso il basso.

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Facciamo un altro esempio. Kickstarter. Kickaster è un sistema di Crowd-funding, una produzione collettiva. Si presenta un progetto (di qualsiasi tipo da una catena speciale per la bici a una serie tv, un oggetto di design), si dice come lo si vuole produrre e i soldi necessari per la realizzazione. Il pubblico, gli utenti, decidono se dare o meno il proprio appoggio. Per dare una ricompensa ai crowd-produttori, vengono assegnati dei riconoscimenti in base ai soldi versati (edizioni limitate dell’oggetto, dvd del film, poster etc). Questo sistema fino ad oggi è sempre stato usato da utenti sconosciuti o piccole case di produzione. Ma qualche mese fa le cose sono cambiate radicalmente. Il regista e creatore di Veronica Mars ha deciso, insieme alla protagonista della serie, la bella Kristen Bell, di proporre su Kickstarter il progetto di un film ispirato alla serie. Budget richiesto 2 milioni di dollari. In poco tempo ne erano stati raccolti 5,7 di milioni. Il film si farà, i fan sono in visibilio. Tra le reward del progetto, le ricompense, c’erano cose come “Dai il tuo nome a un personaggio” “partecipa al red carpet”, dvd del film il giorno dell’uscita, il “follow” su Twitter di Kristen Bell, per arrivare al “partecipa al film come attore” con tanto di battuta e scena in cui questo sarà possibile. La Warner distribuirà il film con la sua Warner Digital.

Quello che voglio dire è che la forza del crowd funding è sempre stata nelle idee, non nei brand. E’ l’idea il centro. In questo caso invece sono stati i personaggi che l’hanno proposta la forza del progetto. Kristen Bell ha sfruttato la sua visibilità per spingere i fan a partecipare. E’ giusto? Questo è un meccanismo che accettiamo quando il fine è la beneficenza. Ma quando il fine è il tornaconto personale per di più in accordo con una major come la Warner le cose cambiano. In pratica la Warner non voleva prendersi la responsabilità di produrre il film, quindi i creatori della serie lo hanno fatto produrre ai fan. Tolte le spese, pagate dagli spettatori prima dell’uscita, tutto il resto è guadagno netto. E il rischio d’impresa? Quindi si produranno solo cose che piacciono ancor prima di uscire? L’unico prodotto di questo tipo che mi viene in mente è: SEQUEL, montagne di SEQUEL. Cos’altro sennò? Forse adattamenti da altri media, comunque prodotti che nascono da prodotti già conosciuti, altrimenti come faccio a giudicare ancor prima di vedere?
Non sono un nativo digitale, sono un ibrido digitale, una persona nata a metà tra la fine dell’analogico e l’inizio del mondo così come oggi lo conosciamo. Questa doppia personalità oltre a darmi forti mal di testa mi ha però permesso di esercitare sempre una forte criticità verso quello che vedo. Mi piace la tecnologia, mi piace quello che internet mi permette di fare, allo stesso tempo però non dimentico come le cose funzionavano prima che il web invadesse le nostre vite.

UPDATE

Mentre scrivevo queste righe (qualche tempo fa, sono rimaste a riposare nel mio computer) un’altra star di Hollywood ha deciso, spinta dal successo dell’operazione Veronica Mars, di produrre il proprio film su Kickstarter: Zack Braff. Com è andata? Secondo voi? 2 milioni richiesti, 3,1 ottenuti, anche qui in poco più di 3 giorni. Zach ha giustificato la mossa come un modo per rendersi più indipendente dalle major e avere così maggiore libertà creativa. Beh, non c’è che dire. Buona idea. Peccato che Woody Allen lo fa da sempre, mantenendo bassi i budget e limitando al minimo sindacale il pagamento delle star. Zach mi piace e mi piace la sua vena registica (Ritorno a Golden State rimane un’ottima prova) ma dopo 8 stagioni di Scrubs (e relativi diritti d’immagine), rastrellare soldi dai fan per essere più indipendente, almeno a me, fa un po’ storcere il naso.

PS. Per la cronaca Zombieland la serie, non ha superato la prova del pubblico. Respinto.

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2 pensieri su “Quando Hollywood scopre il Crowd-Funding

  1. È un discorso molto interessante.
    Quest’anno ho sostenuto un esame su sistemi di produzione televisiva all’università ed infatti non appena iniziai a leggere questo post mi venne l’esempio di Netflix, che successivamente hai affrontato.
    C’è da sottolineare una questione, il tuo discorso sulla creatività che potrebbe venire a mancare è plausibile, ed in effetti di primo acchito non mi è piaciuta l’idea di rilasciare tutti i capitoli di una serie TV d’improvviso.
    Tuttavia non nego che la trovata per Arrested Development è stata un’eccezione eccezionale, e per i sostenitori di Netflix è un esempio di come la creatività venga “aumentata”. Mi spiego meglio, Arrested Development è per me una delle serie Tv più sottovalutate mai fatte, ed è stata troncata alla fine della terza stagione. Tuttavia ha generato quel buzz di cui parli al punto tale che Netflix (che io sappia senza crowfunding) ha deciso di produrla. Ora, stando agli sceneggiatori di AD, la politica di rilasciare gli episodi tutti in una volta gli ha aiutato per sperimentare e applicare un modo creativo al tutto: tutta l’intera stagione trascorre in 2 o 3 giorni, ogni episodio utilizza lo stesso arco temporale, ma con il punto di vista di un personaggio diverso. Il che è quasi impossibile da fare se hai una scadenza di un episodio a settimana, diventerebbe forse una cosa “noiosa”…

    Detto ciò trovo che il caso di Arrested Development sia un’eccezione. E poi è diverso perché Spike Lee o Zack Braff sono personaggi famosi che utilizzano il crowdfunding facendo leva sulla propria popolarità, quindi dire che qui la creatività potrebbe subire dei danni è vero.

    Ricapitolando, per me il fatto che aziende come Netflix siano riuscite ad essere indipendenti dalle major è positivo, ma che le Major inizino ad usare il crowdfunding è un danno per tutto il settore (per non parlare del fatto che il crowdfunding sia soltanto una trovata di marketing, che si autofinanzino il progetto facendo finta che in realtà siano stati gli utenti a farlo: quello di cui parlavo nel mio post oggi). Credo ad ogni modo che pur partendo da ambienti diversi siamo parecchio d’accordo.

    Scusa il pippone ;)

  2. Sono perfettamente d’accordo. La questione Netflix infatti non rientrava nella critica al sistema produttivo. Era solo per contestualizzare. Trovo la loro metodologia di produzione eccezionale. Anche a livello di fruizione stanno stravolgendo (in maniera positiva) il mondo delle serie. In un certo senso la serie tv si trasforma in un media come il libro, fruibile in qualsiasi luogo (grazie al mobile) e in qualsiasi momento (grazie alla pubblicazione all’unisono di tutte le puntate). Criticavo Amazon, perchè pensare di fare un pilot a votazione mi sembra troppo azzardato (tutt’altra cosa sono le preview durante la fase di produzione con questionario etc). Di Amazon invece appresso gli Amazon Studios “vecchia maniera” in cui si possono proporre serie, film anche in forma di animazione (flash) o collage di immagini anche rozze per dare un’idea del progetto e nel caso produrlo.

    Per quanto riguarda Arrested Developement sono d’accordo. Un caso di programma di successo fallimentare (scusa l’ossimoro :P ). Il programma funziona, è considerato un masterpiece nell’ambito, e anche dal pubblico, ma non fa abbastanza ascolti. L’idea di salvarlo di Netflix è stata geniale e secondo me pagherà sul lungo termine (House of Cards è stata un rischio, ma Arrested era abbastanza scontato trovasse candidature agli emmy, anche per il cast stellare).

    L’unica cosa che resta da capire è: dove diavolo li prende i soldi netflix? Mi spiego meglio. Non ricordo dove hanno fatto un calcolo su quanti abbonati avrebbe dovuto ottenere Netflix per coprire le spese di House of Cards è il risultato è folle: Oltre 500’000 abbonati per almeno due anni. E’ palese che il fine non era aumentare gli abbonati, quanto più dare un colpo e dire a tutti che il sistema produttivo potrebbe cambiare presto e che loro sono in prima linea.

    Ecco pure io, come puoi vedere, ho una logorrea abbastanza grave. :P

    a presto

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