L’action geriatrico

In queste serate di finta estate mi è capitato di vedere in sequenza due film con protagonisti due vecchiardi del cinema d’azione Sly e Schwarzy, rispettivamente in A Bullet to the Head e The Last Stand.

Il primo non è mai entrato in politica, ma è rimasto con alti e bassi nel mondo dello Showbiz, l’altro, soprannominato Governator, ha deciso di dismettere i panni del politicante per tornare a fare quello che sa fare meglio (ehm) recitare.

In tempi recenti sono molti gli attori che hanno tentato il rilancio in tarda età. Basta ricordare il buon vecchio Mickey Rourke che ha sfruttato alla perfezione il suo corpo deturpato in The Wrestler, quasi un documentario, più che un film. Oppure il meno fortunato, a livello di botteghino, J.C.V.D di Mabrouk El Mechri nel quale Jean Claude Van Damme (qui spiegato l’acronimo del titolo) interpreta se stesso alle prese con un fisico che non lo sorregge più, un divorzio costoso e una rapina alla posta di cui diventa suo malgrado protagonista.

Sly e Schwarzy però scelgono di non rischiare, di fatto riportando sullo schermo quello che hanno sempre fatto senza troppi giri di parole. In questa battaglia geriatrica quello che ne esce meglio a bocce ferme è proprio Schwarzy (almeno fino all’uscita di Conan, li ho paura di quello che potrebbe fare…). Mi spiego meglio. Senza troppo entrare nel dettaglio della trama, Sly con “A bullet to the head” fa un operazione abbastanza retrò in tutto e per tutto, a partire dal regista Walter Hill (il re degli action anni 80, come 48 ore, Danko, Warriors etc), il genere, buddy cop, e il personaggio, duro e puro. Il risultato però è strano. Stallone sembra oramai una statua di cera, le scene che lo vedono protagonista mancano di quella ironia necessaria a bilanciare una presenza scenica, che per forza di cose non è più quella di una volta. Ironia invece ben presente in Expandables, che di fatto è più vicino a un action-comedy che a un action vero e proprio (basta citare Chuck Norris che si auto prende per il culo)

Questa ironia è invece centrale in The Last Stand in cui già dai primi fotogrammi Schwarzy ci mostra tutta la sua fatica. Anche i minimi spostamenti sono duri da portare a termine. Sbuffa, si lamenta, i suoi “sgrunt” riprendono un po’ quelli di Clint quando non dice nulla ma chiude solo gli occhi facendo un rumore con la bocca. Anche la figura che interpreta è molto paterna, protettiva. A parte un paio di scene in cui sembra di nuovo quello dei tempi di Predator (cammina senza problemi con un coltello conficcato nel ginocchio) in tutto il film ogni sequenza d’azione sottolinea quasi in maniera metalinguistica, il passare degli anni. Schwarzenegger, c’è da dire, ha sempre puntato sul suo lato comico. La sua autoironia è sempre stata un punto di forza e le sue punch-line vengono ricordate proprio per questo. Sly, al contrario, ha tentato la via comica un paio di volte con risultati disastrosi (vedi “Fermati o Mamma Spara”).

[Giustamente Ruggero mi faceva notare la mancanza di "Demolition Man" tra le pellicole in cui SLy tentava la sua Vis Comica]

Da notare come Schwarzy ha deciso di affidare il suo ritorno a un Kim Ji-woon, regista sud-coreano al suo esordio a Hollywood dopo pellicole di successo come “Il buono il matto e il cattivo”, “Two Sisters”. Unica nota negativa il Villains di The Last Stand è quanto di più anonimo il cinema d’azione abbia mai visto (è interpretato da Eduardo Noriega già visto in CHE).

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