La comicità bulimica di Judd Apatow

(*“Questi sono i 40”. Messaggino ad amica adorata, piazzamento strategico del bambino dai nonni, cinema al primo spettacolo.)
(**Trama in breve: coppia di Los Angeles con figlie e bella casa, al momento di compiere 40 anni fa qualche bilancio sommario e impazzisce)
(***La moglie e le figlie del film sono la moglie e le figlie di Apatow che prende tutte le donne della sua vita e le subaffitta a Paul Rudd)

Judd Apatow, io lo vedo come uno di quelli che ti mette nella fastidiosa posizione di sghignazzare al cinema e poi, poco più tardi, uscire dalla sala e sbuffare, scuotere la testa e negare-sempre-negare. Non è carino, Judd, tu te ne compiaci, ma non è un bel modo di fare questo.
I difetti! L’infrazione del tabù è tutto nella pubblica ostensione dei difetti. Apatow obbedisce alla stessa teoria della cura Lodovico di Arancia Meccanica e costringe il protagonista (e con lui lo spettatore) ad accettare quei difetti per integrarli in un processo di crescita collettiva che conduca al lieto fine. Peccato che gli eroi che intende farti digerire siano degli stronzifuoriditesta.

Il fatto poi che molte porcherie di cui avresti serenamente fatto a meno siano associate al matrimonio, mettono Apatow in vantaggio su di te. Te che semplicemente non vuoi ammetterlo, oppure è meglio che stai zitto perchè quarant’anni non ce li hai ancora e non sai di che si parla. Ma vedrai, un giorno!

Nella sua fascinazione per l’abisso della grevità gratuita, Apatow ricorda l’amico geek che quando beve troppo diventa molesto e ti vomita di nuovo sul tappeto. Non te lo spieghi se non cadendo nell’ovvietà di un’adolescenza sofferta.

Se poi lo accusi banalmente di volgarità, ti ritrovi nella posizione ancor più fastidiosa di passare per un noioso moralista. Anche se a guardar bene, tutti gli sforzi che Apatow mette nella sceneggiatura indicano una nevrosi, un disturbo che in una prima fase lo spinge a ribellarsi al benpensare, a mostrarsi nudo e crudo, a gridare “sono così, posso essere un cavernicolo, embè allora?”, e in un secondo momento a riallinearsi educatamente ad un conformismo medio. Come un tormentato e irreprimibile bisogno di votare Repubblicano. Ma solo dopo i 40.

Niente di nuovo. E’ un meccanismo visto in migliaia di commedie romantiche che nei film di Apatow però sposta il proprio asse di equilibrio verso l’eccentricità, la stramberia, la disfunzionalità. Perchè il suo è un umorismo scalmanato e bulimico, che ha la foga e l’ansia di ingurgitare tutti i colori della comicità, da quella brillante e sardonica a quella pecoreccia.

A tratti lo perdoni e pensi che il suo obiettivo sia quello di smascherare l’America più vera, superficiale, sboccata, irrazionale, infantile e cazzara. E allora sghignazzi (qualche battuta bella c’è, giuro). Ma poi ce l’hai con lui che si comporta da profilo border line con un certo piacere, si appunta sul petto il titolo di campione della nuova commedia ebraica, e resta vittima di diverse oscenità che crede facciano ridere e che neanche per sogno. Ed ecco che ti ritrovi a uscire dalla sala sbuffando, scuotendo la testa e negando-sempre-negando.

Intanto però dentro di te sai già che ci ricascherai e andrai a vedere anche il prossimo film. Perchè continua a piacerti la storia di lui che da pischello ricopiava come un monaco i testi del Saturday Night per mettere le mani sul Santo Graal della comicità pura. O perchè ha lanciato James Franco. O perchè ha prodotto Girls. O perchè cita Lost e dà la colpa di tutto a JJ Abrams.

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