Jobs – La recensione, aspettando Sorkin

Uscito a luglio negli Stati Uniti “Jobs”, il bioepic ispirato alla vita di Steve Jobs, ha avuto pareri discordanti. Rotten Tomatoes lo distrugge con un misero 26% (bilanciato con un 44% del pubblico) mentre su IMDB il gradimento si ferma sotto la sufficienza a 5.6 (con quasi 20’000 votanti). In Italia il film arriva nelle sale con un po’ di ritardo (il 14 novembre), forse anche per sfruttare l’uscita dell’ultimo nato in casa apple, l’iphone 5S, che da oggi sarà in vendità anche nel Bel Paese.

Partiamo col dire che non era impresa facile. Non sto facendo una captatio benevolentiae, non me ne viene niente. E’ difficile raccontare un uomo così sfaccettato e così misterioso come Steve Jobs. Come autore/regista ti trovi davanti a due strade. Quella di cercare di “mimare” la realtà, o quella di rileggerla. Il regista di Jobs, ha , purtroppo scelto la prima. Perchè dico purtroppo? Perchè è passato troppo poco tempo. tutti ci ricordiamo di Steve Jobs. E’ un’impresa titanica l’idea di rirprodurre il passato prossimo in maniera minuziosa senza cadere in errore o peggio nel grottesco.

Il film apre con Steve nel 2001, poco prima del lancio di quello che sarà probabilmente il device di maggior successo degli ultimi 20 anni, l’Ipod. La scena è grottesca, quasi comica, non si è ben sicuri se si tratti di una qualche parodia. Jobs (Aston Kutcher abilmente truccato) sembra una statua di cera, un puppets che inutilmente cerca di riportare in vita un fantasma, un ombra ancora vivida negli occhi delle persone.

Voi direte, è allora The Social Network? Quello portava in scena un qualcosa di ancora più recente, non solo vivido, ma presente ancora oggi nella nostra vita di tutti i giorni! Vero. Obiezione accolta vostro onore. Ma la scelta operata da Sorkin è tutt’altro che grottesca. Sorkin ci racconta il “suo” Zuckerberg. Non cerca di mimare i gesti del vero, cerca di prendere quello che gli piace di Mr Facebook, lo estremizza, lo rende intrattenimento.

Diciamocelo, Zucker è tutto tranne intrattenimento, così come Sean Parker è tutto tranne che Justin Timberlake. Come al solito Sorkin riesce a creare realtà parallele così dettagliate (a volte troppo) da farci scordare l’originale. Ammetto che Steve Jobs è uomo più carismatico di Zuckerberg e quindi più difficile da modellare secondo un proprio stile (ma Sorkin ci sta lavorando non vi preoccupate) ma la scelta di Joshua Michael Stern (regista e produttore) non regge. Non regge dall’inizio. Dove sono i dialoghi? Dove sono i personaggi? Voglio dire non basta fotografare qualcosa per prendersi i meriti? Dov’è lo sguardo dell’autore?

Non c’è. Jobs è un documentario di finzione che non aggiunge nulla a quello che un fan della apple sapeva già. Anzi forse toglie qualcosa. Toglie la magia. Toglie l’immaginazione.

Purtroppo anche dal punto di vista puramente visivo Jobs è un film mediocre. La macchina da presa si muove a volte a caso con uno zoom anni ’70 troppo abusato e spesso insensato. Anche il montaggio appare scontato quasi matematico per la sicurezza con cui si possono prevedere i tagli seguenti. La musica ha un peso molto importante nella pellicola e di fatto serve da intervallo temporale tra i vari capitoli della storia di Jobs (questo a dire la verità ci stà, visto l’enorme numero di avvenimenti da coprire, ma Sorkin, con i suoi dialoghi “temporali” di Social Network aveva trovato un escamotage molto più accattivnte)

Discorso a parte quello sugli attori e il casting secondo me quasi perfetto (nei titoli di coda si può notare l’ottima somiglianza dei protagonisti). Aston Kutcher (a parte la parentesi iniziale sul vecchio Jobs) è visivamente credibile nella parte del fondatore della Apple. I tic, i gesti, il taglio di capelli sono tutti riprodotti alla perfezione. Ma come l’intera pellicola, la stessa interpretazione di Kutcher sembra trasformarsi a fine film in una sorta di vuota ombra senz’anima. Jobs è come un perfetto modellino in scala. Minuzioso in ogni piccolo particolare ma del tutto “ingiocabile”. Per rimanere nella metafora ludica, avrei preferito un lego, forse meno realistico e preciso di un modellino, ma più personale.

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