Il ritorno dei registi viventi

Era stato annunciato durante la proiezione di The Green Inferno (qui la testimonianza di uno sconosciuto redattore) e oggi ha avuto luogo l’attesissimo incontro di Eli Roth con il Gotha del cinema di genere italiano.

Prima della conferenza è stato mostrato un montage con spezzoni di film e testimonianze dei più grandi registi degli anni 70 e 80. Un bignami, come lo ha definito Steve Della Casa, per tutti i giornalisti che spesso brancolano nel buio quando si sentono citare film italiani da registi come Tarantino. I “Tarantiniani” non a caso è il titolo scelto per il documentario. “Non tanto per omaggiare Tarantino, ma per far capire quanto il nostro cinema sia stato importante e lo sia ancora oggi a livello internazionale”. Già perchè a quanto pare siamo proprio noi italiani i primi a ignorare le nostre pellicole di successo.

Durante la conferenza si parla di sistemi produttivi (e distributivi) di un industria cinematografica italiana che trascura il cinema di genere, bollandolo come di serie b, o non intellettualmente all’altezza. Il risultato è che anche gli spagnoli ci superano (“Meno masochisti di noi” tuona Fragasso) riuscendo a produrre film horror (vedi i vari REC) di grande successo sia nel mercato interno che, soprattutto, in quello estero.

Ma qual è l’errore? Fragasso lo spiega così “Il problema è che qui in Italia siamo ancora fermi al Neorealismo”. Applausi a scena aperta. Viene ricordato a margine che uno come Deodato (regista di Cannibal Holocaust) cominciò la carriera proprio con un maestro del cinema italiano come Rossellini.

L’Italia è dunque un paese che non rischia. Che non prova a fare cose diverse, bensì cerca di produrre solo cose che funzionano già. Commedie spesso con protagonista il fenomeno televisivo della stagione in corso.

Si alza Franco Nero arrivato trafelato a conferenza già iniziata. Nero racconta un aneddoto sulla poca lungimiranza delle produzioni italiane. Stava lavorando per una produzione americana (uno dei tanti spin off di Law and Order NDR). Regista dell’episodio in questione era Ted Kotcheff (meglio conosciuto per aver diretto Rambo). In una chiacchierata è venuto fuori che Kotcheff voleva produrre un thriller ad ambientazione vinicola. Nero entusiasta, tornato in Italia, si è subito messo a lavorare su una sceneggiatura. Koetcheff letta la prima stesura si è mosso per trovare i soldi. Una produzione canadese è entrata nel progetto. A questo punto però Koetcheff ha chiesto a Nero “Ma qualche soldo in Italia lo troviamo…?”. Nero racconta: “…sono andato da qualche produzione italiana invano. Non appena mi sono presentato tutti mi hanno riempito di complimenti salvo poi dirmi che avevano l’ordine - Nero urla “ORDINE” nella sala attonita – di dover produrre quattro commedie stupide all’anno e nient’altro!”. Applausi.

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Nero ringrazia e si siede. La polemica si insinua in ogni discorso. Ad alleggerire un po’ gli animi ci pensa Eli Roth che con il suo genuino entusiasmo chiede di prendere la parola. “Vorrei provare a dare una mia spiegazione, della poca attenzione data a questi grandi maestri del cinema…”

“In America, quando uscivano questi film negli anni 80 con l’esplosione dell’home video tutti i nomi erano cambiati. Erano venduti come film americani. Noi non avevamo idea che fossero film italiani. Se pensi a un film francese di quel periodo è impossibile pensare che si potesse cambiare il nome del regista o che fosse venduto come anglofono. Ma è anche il motivo per il quale non l’avremmo mai guardato: perchè era un noioso film francese. Questo credo sia il motivo, per il marketing, per cui questi film sono diventati così influenti nel nostro cinema. Capisco perfettamente perchè il titolo di un film come “Profondo Rosso” sia stato cambiato in “Deep Red”. Peraltro i film venivano presentati come pieni di azione e con pochi dialoghi per far credere allo spettatore americano che si trattasse di un film Made in USA. Vorrei chiedere ai registi presenti in sala, quante volte hanno dovuto usare uno pseudonimo nei loro film?”

Dalla sala si alzano le mani di Fragasso, Sergio Martino, Lenzi.

“Ad essersi smarrita è l’identità di questi maestri che in qualche modo hanno cercato di assimilarsi al mercato americano per poter vendere. Per questo credo sia molto importante ringraziare Marco Mueller e Marco Giusti che hanno organizzato questa conferenza che tende a sottolineare come questi film così italiani, con registi italiani, attori italiani, sceneggiatori italiani, siano stati realizzati in inglese, con un finto nome…”

Steve Della Casa a questo punto fa sfoggio di tutta la sua cultura nerd e, a memoria, cita tutti gli pseudonimi: Christian Plummer, Martin Dollman (che la figlia di Martino aveva cambiato in Doberman), Reggie Roland, Humphrey Amber, Herbert Martin, Antony Dawson.

Continua Eli Roth:

“Proprio per questo nei credits di The Green Inferno ho messo tutti i nomi di questi registi, ma non solo, anche mettendo i titoli di questi film, perchè ci sono pellicole come ad esempio La Montagna del dio cannibale che mi pare avesse 7 titoli! Credo sia molto importante che oggi quando fai un film non ci sia più bisogno di fare finta che tu provenga da un altro paese. Sono certo che questi film siano così speciali grazie alla sensibilità, lo stile, la violenza italiani! Rosi, la musica di Roberto Donati, Fabio Frizzi…ma al prezzo del sacrificio dell’identità dei registi, non solo perchè il loro nome veniva cambiato, ma perchè per sopravvivere nell’industria italiana degli anni ’70 erano costretti a fare tutto: commedia, maccheroni combat, western all’italiana, horror, giallo. E questi maestri erano in grado di fare tutto. Ciò che rende famoso un regista è quella cosa particolare che il regista sa fare, come ad esempio Woody Allen. Ma secondo me a renderti un grande maestro è la capacità di mettere al primo posto il genere e non te stesso e questi maestri sono stati in grado di farlo. E’ arrivato il momento di rendere omaggio a questi signori riservandogli il rispetto che si meritano.”

La discussione continua animatamente. Eli Roth ascolta interessato. Intervengono un po’ tutti dando la loro testimonianza. A un certo punto Umberto Lenzi ritira fuori una vecchia polemica con Tarantino sui suoi zombie di Nightmare City (1980, aka City of the Walking Dead, aka Nightmare in the Contaminated City / Incubo sulla cittá contaminata). Lenzi precisa infatti che i suoi non sono Zombie, ma solo contaminati. Eli Roth non perde il suo entusiasmo e ricorda “E’ vero, ma è proprio questo che li rende speciali, corrono e poi hanno ancora abbastanza coscienza per prendere una ragazza toglierli la camicetta, guardarle le tette e poi squartarla!!”. Risate e applausi.

Seguono battute, risate, polemiche e un grande e caloroso applauso finale. Felici e contenti i registi accompagnati da un disponibile e sorridente Eli Roth (che si è fotografato con tutti i suoi registi e con tutti i fan presenti) si dirigono nel cortile del MAXXI.

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