Grande Gatsby on the rocks

Ero al cinema a vedere Il Grande Gatsby, e mentre guardavo volteggiare la cinepresa sulla baia che separa le ville di Gatsby e di Daisy come succede solo in un film di Harry Potter, mi sono messa a pensare a Fitzgerald e ai rapporti tra il cinema e la letteratura (quasi sempre svantaggiosi per il primo), e ai dolori articolari che mi provoca l’eterno paragone che i critici si trovano a risolvere quando affrontano la riduzione di un classico per il grande schermo. L’intervento su un’opera compiuta e acclamata come quella di Fitzgerald, diciamolo pure dai, è una brutta gatta da pelare.
Per farmi coraggio e non vivere le tre ore di proiezione come una punizione di Dio, decido di liquidare rapidamente la faccenda appellandomi ad un esempio che poco ha a che vedere con l’opera di Baz Luhrmann.

Stacco
[Didascalia in sovrimpressione] 29 gennaio del 2011. Tate Modern Gallery di Londra, interno giorno.

L’ignaro artista concettuale cinese Ai Weiweii ha riempito la sala principale del museo con milioni di semi di girasole in porcellana. Pezzi d’artigianato, mica robetta. “Sunflower Seeds” è il nome dell’installazione.
Quattro ragazzi entrano nel museo. Sono vestiti bene ma indossano guanti di lattice e dalla tasca cavano delle fionde con cui nel silenzio liturgico della galleria lanciano semi di girasole veri (appena acquistati al mercato) in mezzo alla valanga di semi di porcellana. I boys sono i membri del collettivo artistico IOCOSE (visitate il loro sito, parliamo di genio) e con questo gesto “sovversivo” si sono appena appropriati dell’opera che ribattezzeranno “Sunflowers Seeds on Sunflowers Seeds”.

Ecco! Penso. Forse è così che bisogna rivedere e rileggere il significato del Gatsby. Luhrmann non usa la fionda ma rovescia champagne sul romanzo applicando quella lente deformante e ubriaca fatta di trucchi, parrucchi, fotografie, colori scintillanti e una colonna sonora che mira a sfondare la parete temporale (i nervi lasciamoli perdere). In breve: il suo marchio di fabbrica. E’ una mascherina, per molti superficiale e pacchiana, per altri rutilante, che punta tutto sulla contaminazione e ne trae forza. Una forza che nel caso di Luhrmann risulta sempre meno convincente ed efficace per colpa della serialità con cui il regista torna a colpire dalla stessa angolazione.

Come insegna il collettivo IOCOSE, per essere completa, l’azione dell’artista avrebbe però dovuto riappropriarsi anche del titolo dell’opera. Una cosa tipo “Il Grande Gatsby on the rocks”.

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