Derek, il Gervais che non ti aspetti.

C’è qualcosa di magico in Ricky Gervais. Fin dai suoi esordi televisivi sono stato colpito dalla sua vis comica. La sua è infatti una comicità indiretta. Non si basa sulla punch line, ma sulla costruzione minuziosa di situazioni altamente strutturate create appositamente per esplodere in un effetto comico dirompente. Un suo topos è la “awkward situation”, le situazioni scomode potremmo tradurre (ma odio tradurre, awkward funziona molto meglio). Quelle situazioni in cui nessuno di noi vorrebbe mai trovarsi. Quelle che quando le vedi in tv vorresti cambiare canale per non dover assistere a un così penoso (per il perosonaggio) spettacolo. Quelle situazioni che, una volta al sicuro dall’altra parte dello schermo, ci lasciano liberi di rilasciare la nostra risata più fragorosa.

Ricky ama i perdenti. Un perdente è stato il suo primo personaggio di successo. In The Office interpreta David Brent, un direttore d’ufficio, che si crede un vincente ma che altro non è che l’ultima ruota del carro di una burocrazia senza fine. Con Extras Gervais (sempre in coppia con Steven Merchant) riprende il fortunato stile Mockumentary della serie precedente (che ha stravolto il mercato delle serie, basta vedere quanti hanno seguito il suo esempio) trasferendolo però dal grigio ufficio di periferia a quello (altrettanto grigio) del set cinematografico. Qui però comincia la lenta trasformazione di Gervais. Nella seconda stagione infatti il suo personaggio Andy Millman ottiene finalmente il successo sperato, ma non la felicità. La serie è un vero gioiello, oltre ad avere tra le guest star, attori del livello di Ben Stiller (il pilot) Samuel L. Jackson e Kate Winslet (e molti altri).

All’apice del successo Gervais e Merchant pensano sia venuto il momento di mettersi da parte. Non totalmente però. Nella serie Life’s too short il protagonista è infatti l’attore Warwick Davis (nei panni di se stesso) che scalpita per ritrovare il successo nel mondo dello spettacolo dopo l’apice raggiunta come Ewok in guerre stellari (sotto la maschera) e in un film che nessuno ricorda di Ron Howard: Willow. La serie distrugge completamente la quarta parete. Il Mockumentary si trasforma a volte in Documentary. Gervais e Merchant compaiono infatti nei panni di se stessi alle prese con un successo che li ha resi meno sensibili a perdenti come il buon Warwick. Assolutamente imperdibile lo sketch con Johnny Depp che vendica il monologo al vetriolo di Gervais in occasione dei Golden Globe (fatto realmente accaduto) distruggendo a suo modo l’ufficio di Ricky (fatto mai accaduto…forse).

Gervais risulta in Life’s too short, quasi antipatico. Non che si strappi i capelli per farsi amare. Tutt’altro. I suoi Stand Up sono quasi sempre quanto di più scorretto si possa trovare. Minoranze, Gay, Anziani, Donne, Uomini, Ebrei, tutti cadono sotto la sua ironia politicamente scorretta. Ed è per questo forse che arriva, nella sua carriera, il momento di tirare fuori dal cappello delle sue mille personalità un personaggio come Derek, protagonista dell’ultima serie da lui prodotta e interpretata (la prima senza Merchant) e andata in onda prima su Channel 4 e poi in eslcusiva per gli USA su Netflix.

Già il setting ci fa capire la scelta dell’attore del Berkshire. Ci troviamo in un centro anziani. Derek è uno degli inservienti più amati dai suoi abitanti. Il suo è un personaggio difficile da mettere in scena. E’ gobbo, ha i capelli appiccicati alla fronte, parla trascinando ogni singola vocale e sembra affetto da una forma di autismo. Ma Gervais riesce a portare Derek in scena senza alcuna retorica, e allo stesso tempo senza ridicolizzare la sua situazione. Derek è dolce, sensibile, ingenuo, suo malgrado comico nell’analizzare le situazioni nella loro parte più superficiale e profondo nel capire i bisogni di persone che sono arrivate alla fine della loro vita. C’è una qualche forma di affetto di Gervais nei confronti di Derek, nella sua interpretazione. Forse perchè il suo, è un personaggio che Ricky ha portato in scena molto tempo fa, nel 2001 durante uno dei suoi primi Stand up al Fringe Festival di Edimburgo. Stando alle sue parole la scelta dell’ambientazione è stata anche suggerita dalla sua famiglia:

“Metà della mia famiglia lavora in questo ambito. Mia sorella lavora con bambini con difficoltà di apprendimento, mia cognata con persone affette da Alzheimer. E quattro delle mie cinque nipoti lavorano in dei centri per anziani. Scrivo sempre di cose che conosco”.

Il risultato è una serie che non ti aspetti. Comica e drammatica allo stesso tempo. Magari più “faticosa” di una serie americana, ma che esprime la raffinatezza di un autore che sembra aver raggiunto una maturità che pochi, forse, sospettano.

La prima serie di “Derek” (7 episodi) è disponibile su Netflix USA ed è stata confermata per una seconda stagione.

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